Fismic BARI

Fismic BARI organizzazione sindacale

06/06/2026

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani interviene sul caso dell’adolescente di Palo del Colle aggredito a Bari e chiede un patto educativo stabile tra scuola, famiglie e istituzioni

06/06/2026

🇮🇹 Per la prima volta nella storia, tre tennisti italiani hanno raggiunto i quarti di finale dello stesso torneo del Grande Slam.

Un record stupendo in una serata già leggendaria ✨🎾

06/06/2026
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06/06/2026

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Da Valenzano, in provincia di Bari, fino alla finale dell'Europeo Under 17. Christian Lupo si prende la scena e trascina l'Italia con una prestazione che resterà tra le più memorabili del torneo. Nella semifinale contro la Spagna, disputata al Lillekula Stadium di Tallinn, il giovane portiere del Lecce è stato decisivo in ogni fase della partita.

Durante i 90 minuti ha neutralizzato un rigore a Christian Imga dell'Athletic Bilbao, mantenendo in corsa gli azzurri nel match terminato 1-1. Poi, nella lotteria finale, ha alzato ancora il muro: parati i rigori di Ian Mencía e di Enzo Alves, attaccante del Real Madrid e figlio dell'ex campione brasiliano Marcelo, presente in tribuna.

Nato nel 2009 e fresco di 17° compleanno, Lupo è considerato uno dei portieri più promettenti del calcio italiano. Cresciuto a Valenzano, figlio dell'ex portiere dilettante Vito Lupo, milita nel Lecce dove nell'ultima stagione ha collezionato 29 presenze con l'Under 18. Convocato stabilmente in Nazionale giovanile, ha confermato il suo talento nel momento più importante.

"È la serata che non dimenticherò mai nella vita", ha dichiarato dopo la partita. Una notte che potrebbe rappresentare solo il primo capitolo di una carriera tutta da scrivere.

05/06/2026

Il divano ormai ha un posto in più.
E non è per un ospite.

Nelle famiglie europee, oggi, gli animali domestici sono più dei bambini. È un dato che fa sorridere solo per un secondo, poi ti resta in testa. Perché vuol dire che dentro casa è cambiato qualcosa di grosso. Non solo il numero. È cambiato il modo in cui guardiamo chi ci vive accanto.

Per il 63% delle persone, infatti, cani e gatti non sono “animali tenuti bene”.
Sono membri veri della famiglia.

E detto così sembra una frase tenera. Ma se ci pensi bene, è una rivoluzione bella grossa.
Vuol dire che il pet non sta più fuori dalla porta. Sta dentro le decisioni.
Dove si va in vacanza.
Se si cambia divano.
Se si chiude prima una stanza.
Se si sceglie una casa con il giardino.
Se si guarda il pavimento prima ancora di sedersi.

Insomma: entra nella routine, nei soldi, nei pensieri.
E soprattutto entra nel cuore.

In Italia questo si vede benissimo. In un sondaggio, il 17% ha detto di sentirsi più compreso dal proprio animale che da figli, amici e genitori. Non “più coccolato”.
Più compreso. Che è diverso.
Perché la comprensione, in certe giornate, vale più di mille parole.

Un altro 51% li considera una specie di surrogato delle relazioni parentali e amicali.
E qui non c’è da fare gli scandalizzati.
C’è piuttosto da capire una cosa semplice: gli umani sono complicati, cambiano umore, fanno domande, giudicano, pretendono.
Un cane o un gatto no.
Ti guardano, ti aspettano, ti stanno vicino.
A volte basta quello.

Non devono risolvere la vita.
Non devono dire la cosa giusta.
Non devono fare scena.
Stanno lì, e questa è già una forma di conforto che tanti riconoscono subito.
Perché in una casa piena di rumori, di orari storti, di pensieri che non si fermano mai, la presenza di un animale ha qualcosa di molto semplice e molto forte: riordina l’aria.
Ti costringe a rallentare.
Ti ricorda che qualcuno dipende da te.
Ti fa alzare dal letto anche quando non ne hai voglia.
Ti accoglie senza chiederti com’eri ieri, né come stai davvero oggi.

Tra i più giovani il legame è ancora più forte: il 71% della Gen Z la pensa così.
Questi numeri non dicono che i ragazzi non vogliano bene alle persone.
Dicono che cercano un affetto più pulito, più diretto, meno storto.

E la casa, alla fine, si adatta.
In Italia ci sono oltre 14 milioni tra cani e gatti.
E per l’81,8% dei proprietari sono membri della famiglia a pieno titolo.

Quindi sì, quando qualcuno dice che il suo gatto è come un figlio, o che il suo cane capisce tutto al volo, non sta per forza esagerando per scena.
Sta raccontando un modo nuovo di stare insieme.
Un modo in cui il pet non riempie solo una stanza.
Riempie una mancanza.
Rassicura.
Fa compagnia.
E, molto spesso, ti fa sentire a casa anche quando la giornata è andata storta.

Per molti è proprio questo il punto.
Non avere semplicemente un animale.
Avere qualcuno che, senza parlare, ti fa spazio nella vita.

💁‍♂️ Quel che non sapevi, in breve
👉 nelle famiglie europee ci sono più animali domestici che bambini
👉 63%: per molti sono veri membri della famiglia
👉 17%: si sente più compreso dal pet che da figli, amici e genitori
👉 51%: li vede come surrogato di relazioni parentali e amicali
👉 71%: tra la Gen Z il legame è ancora più forte
👉 oltre 14 milioni: cani e gatti in Italia
👉 81,8%: li considera membri della famiglia a pieno titolo
📚 Fonti: neodemos, quattrozampe

05/06/2026
29/05/2026

La Germania ha sperimentato la settimana lavorativa di 4 giorni e i risultati hanno acceso un grande dibattito sul futuro del lavoro.

Per alcuni mesi, diverse aziende tedesche hanno partecipato a un progetto pilota basato su un’idea semplice ma rivoluzionaria: lavorare meno giorni, mantenendo però produttività, organizzazione e qualità del lavoro. Il modello seguito era quello spesso chiamato 100-80-100: il 100% dello stipendio, l’80% del tempo di lavoro e l’obiettivo di mantenere il 100% dei risultati.

Secondo i dati diffusi al termine della sperimentazione, il 73% delle aziende partecipanti ha deciso di continuare con la settimana corta o di estendere ulteriormente il test, invece di tornare subito al vecchio modello tradizionale a cinque giorni.

Il motivo? In molte realtà, ridurre i giorni di lavoro non ha significato lavorare peggio, ma lavorare meglio. Le aziende hanno dovuto eliminare riunioni inutili, organizzare meglio i turni, rendere più chiari gli obiettivi e concentrarsi davvero su ciò che conta. Per molti dipendenti, avere un giorno libero in più ha significato più tempo per la famiglia, per il riposo, per la salute mentale e per la vita personale.

Questa sperimentazione non dice che la settimana di 4 giorni sia facile da applicare ovunque. Ci sono settori in cui serve una presenza continua, aziende con esigenze diverse e lavori che richiedono organizzazioni molto complesse. Però dimostra una cosa importante: il modo in cui lavoriamo non è immutabile.

Per anni si è pensato che più ore significassero automaticamente più produttività. Ma sempre più esperimenti nel mondo stanno mostrando che non conta solo quanto tempo si passa al lavoro, ma come si lavora, con quale organizzazione, con quale motivazione e con quale equilibrio personale.

La domanda, quindi, non è solo: “Possiamo lavorare quattro giorni invece di cinque?”
La vera domanda è: perché continuiamo a misurare il valore del lavoro solo con il tempo passato in ufficio, e non con i risultati, il benessere e la qualità della vita?

Forse il futuro del lavoro non sarà uguale per tutti, ma una cosa sembra sempre più chiara: lavorare meglio potrebbe essere molto più utile che lavorare di più.

29/05/2026

Non è una valigia. È un pezzo d’Italia che se ne va.

Dal 2011 al 2024 hanno lasciato il Paese 630mila giovani italiani tra i 18 e i 34 anni. Nel solo 2024 sono stati 78mila. Numeri così, letti di corsa, sembrano solo una statistica. Ma se ti fermi un attimo capisci che dentro ci sono facce, amicizie, famiglie, case chiuse, paesi che salutano, città che perdono pezzi buoni.

E la cosa che colpisce di più è che non si parla solo di chi prende un aereo e cambia nazione. Tante volte la partenza è più silenziosa. Si cambia provincia, si cambia regione, si cambia vita. Si cerca un lavoro che non faccia vergognare, uno stipendio che regga, un affitto che non mangi tutto, un posto dove non sembri sempre in ritardo rispetto alla tua età.

Perché questo succede davvero. Non se ne va quasi mai chi ha voglia di stare fermo. Se ne va chi ha provato a restare e si è trovato davanti il solito muro: contratti brevi, stipendi bassi, possibilità poche, tempi lunghi, promesse tante e risultati pochi. Uno alla fine fa due conti. E se i conti non tornano, parte. Non per moda. Non per capriccio. Per necessità.

E quando parte un giovane, il vuoto non resta solo nella sua camera. Resta anche fuori. Nei bar dove i tavoli si svuotano prima. Nelle scuole dove mancano classi e voci nuove. Nei negozi che tengono aperto ma vedono passare meno gente. Nei comuni piccoli, dove ogni partenza si sente doppia, perché non sparisce solo una persona: sparisce una possibilità.

L’Abruzzo questo lo conosce bene. Nei materiali che mi hai dato c’è un dato che fa male proprio perché è semplice: in sette anni la regione ha perso 26.567 giovani tra i 15 e i 31 anni, con un calo dell’11,12%. Non è una botta sola. È una fuga lenta. Una sottrazione continua. E le sottrazioni continue fanno più male, perché ti abitui piano piano al peggio.

Dentro questa storia c’è anche Pescara. La provincia, tra il 2014 e il 2024, è passata da 43.530 giovani a 39.559. Vuol dire 3.971 ragazzi e ragazze in meno, cioè un -9,1%. È il calo meno pesante tra le province abruzzesi, sì. Ma non è un sollievo vero. È solo una ferita un po’ meno larga delle altre.

E anche qui il punto non è fare il pianto facile. Il punto è capire cosa raccontano questi numeri. Raccontano un territorio che, pur avendo una città forte, servizi, movimento, occasioni, non riesce comunque a trattenere abbastanza giovani. Raccontano famiglie che vedono i figli partire per studiare o lavorare altrove. Raccontano una generazione che spesso non chiede privilegi, chiede solo di poter costruire una vita normale senza dover andar via.

Alla fine, il problema vero è tutto qui. Un Paese che perde tanti giovani non perde soltanto manodopera. Perde futuro, ricambio, presenza, rumore, fiducia. E quando i giovani se ne vanno in massa, anche le città che sembrano più vive cominciano a somigliare a posti in attesa di qualcuno che non arriva.

E allora quei 630mila non sono solo un numero grosso. Sono una sveglia che suona da anni. Solo che in molti fanno finta di non sentirla.

💁‍♂️ Quel che non sapevi, in breve
👉 630mila giovani italiani (18-34 anni) hanno lasciato il Paese tra il 2011 e il 2024
👉 78mila giovani sono partiti nel solo 2024
👉 In Abruzzo sono spariti 26.567 giovani tra i 15 e i 31 anni in 7 anni
👉 Il calo abruzzese dei 15-31 anni è stato dell’11,12%
👉 A Pescara i giovani sono passati da 43.530 nel 2014 a 39.559 nel 2024
👉 A Pescara la perdita è stata di 3.971 giovani, pari a -9,1%
📚 Fonti: adepp, abruzzoweb

Indirizzo

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Lunedì 09:00 - 12:30
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Martedì 09:00 - 12:30
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Giovedì 09:00 - 12:30
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Telefono

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