11/08/2021
Riflessione-contributo al CONVEGNO “OLTRE LE CAVE”
Scenari di gestione tra nature e città. Brescia 22-23 febbraio 2019.
In verità mi sono chiesto cosa mai avessi potuto dire di interessante non essendo io un accademico, uno studioso riconosciuto sull’argomento o un rappresentante di alcunché.
Tenendo l’unico profilo che mi può essere proprio, ovvero quello di un semplice urbanista condotto, ho quindi pensato di cercare un argomento, forse meglio una suggestione, improntata al solo buon senso. Riflettendo su un esempio che ritengo abbia più di una attinenza al tema del parco delle cave cittadino.
Un esempio peraltro del tutto nostrano, per la precisione franciacortino.
Essendo io bresciano ma franciacortino di nascita, per affetti e memoria, so bene che sto per parlare di un caso che può apparire molto diverso. Ma che in realtà credo che non lo sia affatto.
Lo è per la natura geologica dei due siti. Quella del parco delle cave ha una natura arida. Inerte per essere tecnicamente precisi.
Quella delle torbiere di Iseo, ed ecco svelato l’esempio, ha una ricchezza “organica” imperaggiabile grazie alla presenza della torba.
Ma la similitudine nasce da un altra considerazione.
Entrambe le situazioni si sono conformate a seguito della corsa ad qualche tipo di oro. Non giallo e certamente meno pregiato. Ma entrambi redditizi. Uno grigio, l’altro marrone molto scuro.
Aree già naturali che la redditività dei relativi giacimenti hanno radicalmente trasformato. Attraverso l’escavazione. Aree poi abbondanate una volta persa la redditività alla base del loro sfruttamento.
Aree a cui sono state infierite profonde, in tutti i sensi, ferite. Ferite a cui il sistema immunitario della natura ha posto un primo, quasi solo lenitivo, rimedio. Le ha riempite di acqua.
Un unguento che ha permesso il non propagarsi dell’infezione dalla ferita.
E si cominciano a vedere le similitudine tra i due casi che apparivano non esserci per nulla.
Le torbiere di Iseo sono state sfruttate fino agli anni ‘50 del secolo scorso, questo non è a tutti noto. Ora appaiono per molti quasi fossero un ambiente le cui peculiarità naturalistiche, biotiche, faunistiche e floristice sembrano frutto di un meraviglioso capriccio della natura. Altro non sono invece che l’effetto di una feroce antropizzazione.
A cui la natura, in assoluta autonomia, ha posto un meraviglioso rimedio. Trasformandole in un area protetta, addirittura in un Sito di Interesse Comunitario.
Che architetto-paesaggista meravigliosamente bravo è stata la natura.
L’ambiente naturale e geologico del parco delle cave è radicalmente diverso. Senza dubbio. Ma questo non significa che la natura non sia in grado di trovare la soluzione progettuale che a nessuno di noi verrà mai in mente. Per riconquistare, probabilmente rendendolo un luogo di ancora maggiore ricchezza anche per la fruizione dei cittadini, quello che l’azione dell’uomo le ha tolto.
Credo che la nostra mano, per quanto guidata dai più nobili principi, non potrà mai avere la stessa conoscenza, la stessa sensibilità ma soprattutto la stessa efficacia che il migliore architetto-paesaggista in circolazione invece possiede.
Ogni altra nostra azione corre il rischio di essere solo un’ulteriore ferita. Alla ricerca di un disegno astratto dalla naturalità e della impareggiabile semplicità, di principio, dei processi della terra.
Non dovremmo cercare di renderla un luogo “disegnato” al servizio dei cittadini. Dobbiamo, lo dico ovviamente con non poca amarezza visto il titolo di studio ed il lavoro che faccio, incaricare il migliore progettista e lasciare che sia lui a riappropriarsene. Soprattutto al servizio dei cittadini.
Il tema credo non sia quello di definire i contorni ed i dettagli di un grande parco urbano. Credo al contrario che debba essere semplicemente la natura a riprendersi ciò che il reddito le ha tolto.
Un’oasi e non un parco in senso stretto. Un’oasi a cui serve un piano di gestione che studi le relazioni con l’ambito metropolitano cittadino e le modalità di fruizione piuttosto che un progetto che abbia la presunzione di rendere il parco delle cave “più bello”.
Perché non riusciremo mai a far meglio della natura. Perché lei sa come si fa. Noi, uomini, non lo sappiamo più fare.
Chiudo con uno dei miei peggiori difetti. Citare Adolf Loos. Ma d’altra parte non sono più riuscito a leggere nulla di altrettanto perfetto. Che nel 1910 scriveva: “Posso condurvi sulle sponde di un lago montano? Il cielo è azzurro, l’acqua verde e tutto è pace profonda. I monti e le nuvole si specchiano nel lago, e così anche le case, le corti e le cappelle. Sembra che stiano lì come se non fossero state create dalla mano dell’uomo. Come fossero uscite dall’officina di Dio, come i monti e gli alberi, le nuvole e il cielo azzurro. E tutto respira bellezza e pace… Ma cosa c’è là? Una stonatura s’insinua in questa pace. Come uno stridore inutile. Fra le case dei contadini, che non da essi furono fatte, ma da Dio, c’è una villa. L’opera di un buono o di un cattivo architetto? Non lo so. So soltanto che la pace, la quiete e la bellezza se non sono già andate. Perché al cospetto di Dio non ci sono architetti buoni o cattivi. Davanti al suo trono tutti gli architetti sono uguali.”
Tutti tranne uno.