Danilo Esposito

Danilo Esposito Esperto in appalti pubblici. blogger - esperto in appalti pubblici

07/05/2021

Il Recovery plan di Draghi arriva a Bruxelles, ma ora scatta l’esame Ue. E non sarà una formalità

L’Italia ha inviato alla Commissione il documento di ripresa e resilienza nell’ultimo giorno a disposizione degli Stati per avere i primi fondi a luglio. Nei prossimi mesi, le istituzioni europee diranno la loro sulla proposta.

Giusto in tempo. Il Governo italiano ha presentato nella tarda serata del 30 aprile il suo piano nazionale di ripresa e resilienza che, se approvato, spalancherà le porte del Belpaese a poco più 190 miliardi di euro in arrivo dall’Unione europea da investire nella rinascita economica post-Covid“.

Rispettata la scadenza
La crisi di Governo e le difficoltà nel mettere d’accordo tutti i partiti della nuova maggioranza rischiavano infatti di far slittare la presentazione ufficiale oltre il 30 aprile, ovvero dopo la scadenza entro la quale gli Stati che vogliono ricevere il prefinanziamento a luglio dovevano presentare la loro proposta. L’anticipo dei fondi Ue per l’Italia, tra prestiti e sussidi, ammonta a circa 25 miliardi. Ma il percorso per ricevere le risorse non si conclude con la presentazione del piano di ripresa e ora Bruxelles avrà in totale tre mesi di tempo per esaminare e valutare il piano.

Il piano italiano
Secondo quanto ha reso noto la Commissione europea, l’Italia ha richiesto un totale di 191,5 miliardi di euro, di cui 68,9 miliardi in sovvenzioni e 122,6 miliardi in prestiti. La cifra corrisponde all’importo totale a disposizione del Belpaese per la ripresa. “Il piano italiano – si legge in un comunicato dell’esecutivo Ue – è strutturato intorno a sei aree: 1. digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; 2. rivoluzione verde e transizione ecologica; 3. infrastrutture per la mobilità sostenibile; 4. istruzione e ricerca; 5. coesione e inclusione; 6. salute. I progetti del piano coprono l’intera durata del programma di ripresa europea, fino al 2026.

Inizia una nuova trattativa
“Nelle prossime settimane tradurremo i piani di ripresa in atti legali”, ha annunciato pochi giorni fa Ursula von der Leyen nel corso di un videomessaggio, col quale la presidente della Commissione ha fatto il punto sul Recovery Fund. Quello della cosiddetta traduzione in atti legali potrebbe sembrare un dettaglio di poco conto per i non addetti ai lavori, invece, si tratta di uno dei passaggi fondamentali del percorso di ripresa Ue. La cosiddetta traduzione del piano di ripresa e resilienza italiano in un atto legale, così come quella relativa ai piani degli altri Paesi Ue che hanno chiesto i fondi, sarà un procedimento necessario per standardizzare i vari documenti che saranno, naturalmente, diversi tra loro. Fonti di Bruxelles garantiscono che in questa fase, legalmente parlando, ci sarà ancora spazio per le modifiche ai dettagli del piano. Di qui una nuova trattativa che si aprirà dal 3 maggio, quando i funzionari dell’esecutivo Ue inizieranno a esaminare il piano.

I criteri di valutazione del piano
La Commissione ha due mesi di tempo per verificare la conformità del piano italiano agli undici criteri di pertinenza, efficacia, efficienza e coerenza all’impianto generale del Next Generation Eu. Sono tutti contenuti all’articolo 19 del Regolamento sul dispositivo per la ripresa e la resilienza, ovvero il piano di sussidi e prestiti destinati agli Stati membri. Secondo il terzo criterio, ad esempio, la Commissione dovrà valutare se il piano “è in grado di contribuire efficacemente a rafforzare il potenziale di crescita, la creazione di posti di lavoro e la resilienza economica, sociale e istituzionale dello Stato membro”. Il quarto parametro prevede invece che il piano sia “in grado di assicurare che nessuna misura per l’attuazione delle riforme e dei progetti di investimento in esso inclusa arrechi un danno significativo agli obiettivi ambientali”. Si tratta del principio ‘do no significant harm’, non arrecare un danno significativo all’ambiente, sul quale si prepara una lunga analisi dei punti caldi dei piani di rilancio economico scritti dai Governi che chiedono i fondi.

L’iter: dalla Commissione al Consiglio
Il settimo criterio mira a garantire “un impatto duraturo” delle misure, mentre il decimo serve a proteggere il bilancio dell’Unione da “corruzione, frode e conflitti di interessi nell’utilizzo dei fondi”, capaci di minare non solo l’efficienza dell’intervento, ma l’intera azione comune Ue per riprendersi assieme dalla crisi. Al temine del lavoro di valutazione e traduzione del piano in un atto legale, il Collegio dei commissari europei approverà una proposta di decisione di esecuzione del Consiglio. La palla passerà quindi al Consiglio Ue, che avrà un altro mese di tempo per esprimersi. L’impatto delle misure del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e delle riforme ad esso collegate si tradurrà in un incremento di circa un milione di posti di lavoro al 2023, rispetto al 2020 che aveva segnato una frenata di 767mila occupati a causa della pandemia. Per il capo dello Stato, Sergio Mattarella è un’occasione da non perdere: “Grazie all’importante scelta compiuta dalle Istituzioni europee disponiamo di risorse che possono aiutarci non soltanto a ripartire, ma anche a promuovere un autentico salto in avanti, una rinascita della nostra comunità. Siamo di fronte a una grande opportunità, che non possiamo disperdere. Per quest’opera di ricostruzione è necessario uno sforzo corale delle Istituzioni e delle forze economiche e sociali”, nel messaggio inviato al presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli, in occasione dell’Assemblea dei presidenti delle Camere di Commercio, il Presidente della Repubblica inoltre aggiunge: “è una fase molto delicata, dove si stanno impegnando tutte le forze del Paese per assicurare, attraverso la campagna di vaccinazione, la protezione dei cittadini dalla pandemia, consentendo una ripartenza delle attività economiche e sociali, capace di generare nuovo sviluppo e ampliare per tutti il campo delle opportunità”. L’attuazione del Piano potrà spingere l’Italia verso «una crescita robusta e sostenibile», per Daniele Franco, Ministro dell’economia e delle finanze. Ma per centrare l’obiettivo occorre «chiudere i divari di genere, generazionali e regionali. L’inclusione si declina lungo tre dimensioni principali: parità di genere, inclusione giovanile e riduzione delle disparità regionali». In particolare al Sud è destinato il 40% delle risorse, per colmare un divario ancora troppo ampio con il Nord. La partita ovviamente è solo alle fasi preliminari. Perché per far viaggiare il Piano occorrerà trovare un’intesa politica solida nel ricco carnet di riforme chiamate a dare sostanza strutturale al programma di investimenti. E ancora prima bisognerà costruire l’architettura di una governance efficiente degli interventi. Agli enti territoriali, secondo i calcoli offerti dal governo alla Conferenza Unificata, competono progetti per circa 90 miliardi, 30 dei quali ai Comuni. Le Regioni, come rivendicato l’altro giorno dal neopresidente della loro conferenza Massimiliano Fedriga, ottengono l’istituzione al ministero degli Affari regionali di tavoli di confronto tecnico trasversali alle sei missioni del Piano, per individuare nel dettaglio le declinazioni territoriali di ogni missione. Le Province incassano l’impegno dei fondi per la manutenzione delle strade e i Comuni tornano a premere per le semplificazioni delle procedure di assegnazione delle risorse agli enti.

Ma vediamo meglio nel dettaglio cosa prevede il Recovery plan


Il dettaglio sulle risorse a disposizione, i contenuti delle missioni del Piano nazionale di ripresa e resilienza, i progetti e le riforme.

Draghi presentando il Recovery Plan alle Camere ci tiene a precisare un concetto: “Sbaglieremmo tutti a pensare che il PNRR sia solo un insieme di progetti, di numeri, obiettivi, scadenze. Nell’insieme dei programmi c’è anche e soprattutto il destino del Paese…”



Le cifre del Recovery Plan


Nel complesso, come sottolineato da Draghi in Parlamento, il Piano vale 248 miliardi. Cifra che guarda però al complesso dei progetti e non, in senso stretto, a quelli previsti da Next Generation EU, che hanno un orizzonte temporale al 2026.

Guardando nel dettaglio a questi ultimi, le risorse ammontano a 235,6 miliardi:

191,5 della Recovery and Resilience Facility
30,6 dal Fondo complementare
13,5 del programma React-Eu.
In questo scenario i fondi destinati a programmi “aggiuntivi”, cioè al di fuori di quanto già previsto dai programmi di finanza pubblica prima del Recovery, si attesta a 182,7 miliardi, compresa l’anticipazione del Fondo nazionale sviluppo e coesione per 15,8 miliardi. I 191,5 miliardi del RRF si dividono in 68,9 miliardi di euro in sovvenzioni e 122,6 miliardi di euro in prestiti. Il primo 70% delle sovvenzioni è già fissato dalla versione ufficiale del Regolamento RRF, mentre la rimanente parte verrà definitivamente determinata entro il 30 giugno 2022 in base all’andamento del PIL degli Stati membri registrato nel 2020-2021 secondo le statistiche ufficiali.

Com’è strutturato il Piano nazionale ripresa e resilienza


Il Piano è articolato in 6 missioni. A cambiare rispetto alla versione presentata da Conte sono le risorse messe a disposizione per ognuna: si riducono complessivamente i fondi per ogni settore di intervento, eccetto per ‘Istruzione e ricerca’, che guadagna fondi nella nuova versione.

Recovery Plan: la ripartizione delle risorse per Mission:

Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura: 40,73 miliardi
Rivoluzione verde e transizione ecologica: 59,33 miliardi
Infrastrutture per una mobilità sostenibile: 25,13 miliardi
Istruzione e ricerca: 30,88 miliardi
Inclusione e sociale: 19,81 miliardi
Salute: 15,63 miliardi
Le risorse rappresentano la sola quota PNRR. Quota cui vanno aggiunte le risorse provenienti dal Fondo complementare al Recovery e da React-EU, lo strumento previsto nell’ambito di Next Generation UE che rappresenta un’iniezione di fondi aggiuntivi per la Politica di Coesione 2014-2020, in attesa della piena operatività della programmazione dei fondi strutturali europei 2021-27.

Queste missioni a loro volta comprendono una serie di componenti funzionali per realizzare gli obiettivi economico-sociali definiti nella strategia del Governo, articolate in linee di intervento che comprendono una serie di progetti, investimenti e riforme collegate.



Le mission


La missione 1 “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” è costituita da 3 componenti e si pone come obiettivo la modernizzazione digitale delle infrastrutture di comunicazione del Paese, nella Pubblica Amministrazione e nel suo sistema produttivo. Una componente è dedicata ai settori che più caratterizzano l’Italia e ne definiscono l’immagine nel mondo: il turismo e la cultura. Tra i punti chiave della mission figura il Piano Transizione 4.0 che può contare su 18,45 miliardi, in calo rispetto ai 19 del piano precedente.

La missione 2 “Rivoluzione verde e transizione ecologica” si struttura in 4 componenti ed è volta a realizzare la transizione verde ed ecologica della società e dell’economia italiana coerentemente con il Green Deal europeo. Comprende interventi per l’agricoltura sostenibile e l’economia circolare, programmi di investimento e ricerca per le fonti di energia rinnovabili, lo sviluppo della filiera dell’idrogeno e la mobilità sostenibile. Prevede inoltre azioni volte al risparmio dei consumi di energia tramite l’efficientemente del patrimonio immobiliare pubblico e privato e, infine, iniziative per il contrasto al dissesto idrogeologico, la riforestazione, l’utilizzo efficiente dell’acqua e il miglioramento della qualità delle acque interne e marine.

Per la missione 3 “Infrastrutture per una mobilità sostenibile” è articolata in 2 componenti e si pone l’obiettivo di rafforzare ed estendere l’alta velocità ferroviaria nazionale e potenziare la rete ferroviaria regionale, con una particolare attenzione al Mezzogiorno. Promuove la messa in sicurezza e il monitoraggio digitale di viadotti e ponti stradali nelle aree del territorio che presentano maggiori rischi. Prevede investimenti per un sistema portuale competitivo e sostenibile dal punto di vista ambientale per sviluppare i traffici collegati alle grandi linee di comunicazione europee e valorizzare il ruolo dei porti dell’Italia meridionale.

La missione 4 “Istruzione e ricerca” è uno dei capitoli che nel tempo ha subito maggiori modifiche in fatto di risorse, passando dai 33,81 miliardi della prima versione ai 30,88 dell’ultima. Pone al centro i giovani ed affronta uno dei temi strutturali più importanti per rilanciare la crescita potenziale, la produttività, l’inclusione sociale e la capacità di adattamento alle sfide tecnologiche e ambientali del futuro.

È divisa in 2 componenti e punta a garantire le competenze e le capacità necessarie con interventi sui percorsi scolastici e universitari degli studenti. Sostiene il diritto allo studio e accresce la capacità delle famiglie di investire nell’acquisizione di competenze avanzate. Prevede anche un sostanziale rafforzamento dei sistemi di ricerca di base e applicata e nuovi strumenti per il trasferimento tecnologico.

La missione 5 “Inclusione e coesione” si articola in 3 componenti:

Politiche attive del lavoro, con focus sul potenziamento dei centri per l’impiego e del Servizio civile universale, sull’aggiornamento delle competenze e sul sostegno all’imprenditoria femminile,
Infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore, che spazia dagli interventi per la disabilità all’housing sociale,
Interventi speciali per la coesione territoriale, che comprende gli investimenti nelle aree interne, quelli per le Zone Economiche Speciali (ZES) e sui beni sequestrati e confiscati alla criminalità.
Ultimo capitolo nel PNRR è la missione 6 “Salute“ si articola in 2 componenti ed è focalizzata su due obiettivi: il rafforzamento della rete territoriale e l’ammodernamento delle dotazioni tecnologiche del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) con il rafforzamento del Fascicolo Sanitario Elettronico e lo sviluppo della telemedicina.

Alle 6 macro-missioni, il Recovery Plan nazionale associa parallelamente tre priorità trasversali: donne, giovani e Sud. Questi tre temi che devono essere contenuti in tutti gli obiettivi del Piano nazionale e che saranno misurati negli impatti macroeconomici.



Le riforme previste


La parola chiave dei Recovery Plan di tutti i Paesi europei è riforme. Riforme che non vanno solo indicate in modo vago né dovrebbero essere sintetizzate in poche parole, ma che occorre spiegare nel dettaglio, dal momento che la Commissione europea le considera parte integrante del Piano. Quelle previste nel Piano di Draghi sono suddivise tra: riforme orizzontali, abilitanti e settoriali. Le riforme orizzontali, o di contesto, riguardano innanzitutto Pubblica amministrazione e giustizia. A queste si aggiungono riforme abilitanti, destinate a garantire attuazione e massimo impatto agli investimenti, tra cui si annoverano le misure di semplificazione e razionalizzazione della legislazione e quelle per la promozione della concorrenza. Infine sono previste specifiche riforme settoriali, le misure consistenti in innovazioni normative relative a specifici ambiti di intervento o attività economiche, destinate a introdurre regimi regolatori e procedurali più efficienti nei rispettivi ambiti settoriali.



I dubbi non mancano


Carlo Cottarelli su La Stampa ha spiegato in questi giorni come i soldi del Recovery Plan spingeranno la crescita del Prodotto Interno Lordo. Il piano, illustra l’economista, prevede un forte aumento della spesa pubblica con investimenti su digitalizzazione, infrastrutture, istruzione e sanità, che dovrebbe incoraggiare gli investimenti privati. Il piano agisce sul lato della produttività anche se non è esente da “buchi”. Come su asili e scuole. Dove si attende una spesa da 4,6 miliardi per nuovi posti ma senza distinguere tra primi e seconde. Cottarelli poi spiega che quando la spesa pubblica aumenta rapidamente il Pil cresce nell’immediato e cita il motto di Keynes: si possono far scavare buche per terra e questo farà comunque crescere l’economia. Però poi l’economista avverte: “Ma se l’obiettivo è di aumentare la capacità di crescita del paese occorrerà fare investimenti buoni e riforme buone. E ancora non sappiamo quanto buoni siano i progetti del Pnrr. Non solo mancano i dettagli (le schede), ma occorrerà tempo per valutare, per esempio, le scelte di investimento”.

C’è di più. Perché secondo Cottarelli i progetti non sembrano essere stati sottoposti a un’analisi costi-benefici. E poi aggiunge un dubbio più politico che tecnico: finché c’é Draghi le cose andranno avanti, ma quanto durerà il suo governo? In ogni caso si andrà al voto entro l’inizio del 2023 e lì si gioca una partita decisiva: “E sarà in occasione delle prossime elezioni che si vedrà cosa il popolo italiano pensa davvero. Sosterrà chi vuole portare a compimento il Piano? O cederà alle lusinghe di chi promette mari e monti, come spesso è accaduto in passato?”

I dubbi degli ambientalisti
Recovery plan, dai fondi per le comunità energetiche agli obiettivi (poco chiari) sulle rinnovabili: cosa c’è davvero per la transizione ecologica. Obiettivi non definiti sulla produzione di energia da rinnovabili, appesa alla riforma delle procedure autorizzative. Risorse e attenzione dedicate all’idrogeno che però pongono questioni mai risolte, come il peso delle esigenze di Eni e Snam che devono riconvertire la loro produzione di metano. Economia circolare che punta più sugli impianti che sulla riduzione dei rifiuti. Evidente carenza di risorse per la biodiversità. E dubbi sugli stanziamenti per il biometano. Mentre il trasporto locale “sostenibile” incassa lo stanziamento maggiore dopo quello per il superbonus, i fondi sono molti meno di quelli destinati all’Alta velocità. Per la missione ‘Rivoluzione verde e Transizione ecologica’ nel Piano nazionale di ripresa e resilienza del governo Draghi ci sono quasi 70 miliardi, come in quello messo a punto da Conte. Per alcuni settori ci sono risorse mai viste (ad esempio smart grid, comunità energetiche e impianti off-shore per le rinnovabili) ma, a parte l’assenza di dibattito e lo sbilanciamento delle somme in alcuni settori, per altri gli ambientalisti segnalano diversi rischi. Tra cui, secondo Greenpeace, quello che si apra la strada “all’uso massiccio di inceneritori”

07/05/2021

Sentenza della Corte costituzionale che dichiara illegittimo il dispositivo di ripiano del Fondo anticipazioni di liquidità
FONDO ANTICIPAZIONI

La sentenza 80 della Consulta dichiara illegittimo le regole sul ripiano lungo dei deficit extra prodotti dalla gestione del fondo sulle vecchie anticipazioni sblocca-debiti.

Come si ricorderà, con il comma 6, articolo 2, del dl 78/2015, fu introdotto un elemento innovativo nel complesso meccanismo di avvio della nuova contabilità armonizzata degli enti territoriali. In estrema sintesi, si permetteva di utilizzare le risorse acquisite a titolo di anticipazioni di liquidità finalizzate allo smaltimento dei debiti commerciali non, formalmente inserite nella parte attiva del bilancio, per diminuire l’incidenza del Fondo crediti di dubbia esigibilità, ossia l’obbligo di accantonamento della quota di entrate accertate che – in base agli andamenti storici delle riscossioni di ciascun ente – risultavano non incassate nell’ambito di un normale ciclo di riscossione.

Questo finanziamento indiretto di spese correnti (minori disavanzi, quindi più spazio per impieghi correnti) è stato oggetto di una precedente censura della Corte costituzionale (sentenza 4/2020), che ha spinto il legislatore ad una apposita norma attuativa (dl 162/2019, art. 39-ter), oggi a sua volta oggetto di censura con la sentenza 80/2021. Si tratta di un argomento molto tecnico, ma facile da leggere nelle sue conseguenze pratiche. Spiegabile in modo semplice.



Allora spieghiamolo meglio



La Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo il piano che permetteva un ripiano trentennale. Di conseguenza i termini per coprire il disavanzo si accorciano drasticamente in un piano che non dovrebbe superare i tre anni. Secondo le prime stime, lo sbilancio rischia di superare i 2,5 miliardi di euro. Concentrati, per di più, in circa 800 Comuni che dal 2013 hanno chiesto le quote maggiori di anticipazioni per pagare le fatture ai fornitori e che quindi non hanno bilanci particolarmente floridi. In molti casi, con lo stop al tranquillo ripiano trentennale il rischio di dissesto diventa concreto.



Il problema delle grandi città



Torino e Napoli su tutte, rischiano il tracollo e sono state già salvate più volte dai precedenti decreti. Quella che il governo ha cominciato affannosamente a costruire è più in generale una norma «salva-conti», che poggia per ora su un’unica certezza, occorrono soldi e servono in fretta, perché la sentenza impone di ripensare i bilanci, da chiudere entro il 31 maggio, con il mese in più appena concesso dal decreto proroghe. Sull’impianto tecnico per impiegarli la discussione è invece aperta. Anche perché la bocciatura costituzionale ha colpito una norma introdotta lo scorso anno per sostituire un’altra regola cancellata dalla Consulta (sentenza 4/2020). Il decreto potrebbe limitarsi a costituire un fondo, da far funzionare nelle prossime settimane con le regole attuative. Anche fissando un orizzonte temporale, limitato ma gestibile, su cui distribuire l’intervento. Dalle decisioni sulla «salva-conti» dipende l’assetto definitivo del capitolo enti locali nel sostegni-bis. Che al momento contempla un altro tentativo da 2 miliardi di anticipazioni di liquidità sblocca-debiti, messo a rischio anche dalle incognite sulla gestione di questi prestiti.



Obiettivo – altro rifinanziamento



Sul tavolo c’è poi un rifinanziamento, ancora non definito l’importo, del fondo per gli enti in predissesto, che potrebbe tornare utile ai Comuni e a cascata al popolo con l’acqua alla gola. In arrivo ci sono 500 milioni per la replica della «solidarietà alimentare», estesa a bollette e affitti oltre che alla spesa delle famiglie più povere. Per gli sconti Tari alle attività limitate dalle norme anti-contagio i milioni sono 600.

E un nuovo “ristoro” è previsto per l’imposta di soggiorno.

I 165 milioni per lo stop al canone unico sul suolo pubblico fino al 31 dicembre e i 216 per la cancellazione Imu alle imprese destinatarie dei contributi a fondo perduto.



Gli ultimi salva-Comuni – Maggio 2020



Lo scorso anno fu previsto il primo miliardo di ristori per gli enti locali. Risorse fresche che sono servite a comuni, province e città metropolitane per coprire i primi buchi di bilancio causati dalla contrazione delle attività economiche a seguito del lockdown. Ai comuni sono andati 900 milioni, agli enti intermedi 150 milioni. L’ assegnazione ha portato nelle casse del comune di Roma complessivamente 76,9milioni di euro: 66,7 milioni in Campidoglio e 10,2 mln alla città metropolitana. A Milano, sono giunti 52,7 milioni per ripianare le perdite di bilancio di palazzo Marino e 9,5 milioni per il bilancio di palazzo Isimbardi. Torino e Napoli, che hanno quasi lo stesso numero di abitanti (886.000 la prima e 972.000 la seconda) avranno assegnazioni compensative molto diverse, perché diverse sono le entrate incassate. Torino doveva incassare 18 milioni come comune più 6,7 come città metropolitana. Napoli 13 milioni più 6,1. Senza questi aiuti il Comune di Napoli e tanti altre amministrazioni comunali avrebbero dovuto già annunciare il crac. Completano la top ten degli incassi Genova (11,9 milioni come comune più 2 milioni come città metropolitana), Firenze, Venezia e Bologna che hanno ricevuto ciascuno 10 milioni di euro come comuni (ma a livello di città metropolitana Firenze con 4 milioni prenderà il doppio dei fondi di Venezia e Bologna), Palermo (6,5 milioni) e Verona (5,2 milioni).





Tutto è iniziato nel 2015 – Le risorse per i comuni: il Fondo di solidarietà comunale e il Fondo per l’esercizio delle funzioni degli enti locali



Il Fondo di solidarietà comunale è finalizzato ad assicurare un’equa distribuzione delle risorse ai comuni, con funzioni sia di compensazione delle risorse attribuite in passato sia di perequazione, in un’ottica di progressivo abbandono della spesa storica. L’applicazione di criteri di riparto di tipo perequativo nella distribuzione delle risorse, basati sulla differenza tra capacità fiscali e fabbisogni standard, è iniziata nel 2015 con l’assegnazione di quote via via crescenti del Fondo, in previsione del raggiungimento del 100% della perequazione nell’anno 2021. Tale progressione è stata, tuttavia, sospesa nell’anno 2019, con la legge di bilancio per il 2019. Da ultimo, con il D.L. n. 124 del 2019, si è giunti alla definizione di un percorso molto più graduale di applicazione del meccanismo perequativo, con un incremento costante della quota percentuale del Fondo da distribuire tra i comuni su base perequativa del 5 per cento annuo. L’entrata a regime del sistema, con il raggiungimento del 100% della perequazione, è prevista nell’anno 2030. A seguito delle conseguenze finanziarie determinate dall’emergenza COVID-19, l D.L. n. 34 del 2020 (c.d. rilancio) ha previsto l’istituzione di un Fondo destinato ad assicurare agli enti locali le risorse necessarie per l’espletamento delle funzioni fondamentali anche in relazione alla possibile perdita di entrate connesse all’emergenza, con una dotazione di 3,5 miliardi di euro per l’anno 2020, e successivamente rifinanziato di 1,67 miliardi per il 2020 dal D.L. n. 104/2020 e di ulteriori 500 milioni per il 2021 dalla legge di bilancio per 2021.

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30/01/2020

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CHE FINE HA FATTO IL RICORSO INCIDENTALE CON IL RITO SUPERACCELERATO? LO SPIEGA IL CdS
28/08/2018

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17/05/2018

ALLA CORTE UE IL RICORSO PRINCIPALE E INCIDENTALE
Cons. St., A.P., 11 maggio 2018, n. 6

scarica la sentenza

(...)
16.1. In ottemperanza alle prescrizioni contenute ai punti 17 e 34 delle “Raccomandazioni all’attenzione dei giudici nazionali, relative alla presentazione di domande di pronuncia pregiudiziale” (2016/C 439/01, in G.U.U.E del 25 novembre 2016) della Corte di giustizia dell’Unione europea il Collegio rappresenta che il proprio punto di vista sulla questione è il seguente:

a) sarebbe maggiormente armonico con il sistema processuale nazionale e con il principio di autonomia processuale incentrato sull’ iniziativa delle parti (ed in parte qua comune a quello di numerosi Stati-Membri), che venisse precisato che l’interesse del ricorrente principale attinto da un ricorso incidentale escludente, in quanto limitato alla reiterazione della procedura di gara (con esclusione di profili concernenti la “regolarità delle procedure di gara”), dovrebbe essere valutato nella sua concretezza, e non con riferimento a ragioni astratte, dal Giudice adìto;

b) in quest’ottica, sarebbe opportuno che venisse rimesso agli ordinamenti processuali degli Stati Membri, in ossequio all’autonomia processuale loro riconosciuta, il compito di individuare le modalità di dimostrazione della concretezza del detto interesse, garantendo il diritto di difesa delle offerenti rimaste in gara e non evocate nel processo ed in armonia con i principi in materia di interesse concreto e attuale della parte al ricorso e in punto di onere della prova.

In altri e riassuntivi termini, ed in considerazione anche delle recenti pronunce sopra richiamate dalla Corte di giustizia, che sembrano prestare attenzione alle possibili particolarità delle situazioni di fatto, sembra a questa Adunanza plenaria del Consiglio di Stato che il rimettere al Giudice nazionale adito un margine di valutazione in ordine all’accertamento della reale sussistenza in concreto di un interesse sia pure strumentale del ricorrente principale sia maggiormente coerente sia con il rispetto dei principi cardine degli ordinamenti nazionali in materia processuale -e quindi con l’autonomia processuale loro costantemente riconosciuta dalla Corte di giustizia- sia con gli assetti delle giurisdizioni nazionali e della stessa Unione europea, che configurano il ricorso al giudice amministrativo come ricorso nell’interesse di una parte e mai come ricorso volto al rispetto formale delle regole, a prescindere da ogni interesse; salvi i casi, sopra descritti anche con riferimento all’ordinamento italiano, in cui il rispetto delle regole venga demandato ad una autorità pubblica, riconoscendo alla stessa la legittimazione a ricorrere dinanzi al giudice amministrativo.

Indirizzo

Centro Direzionale
Naples
80100

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 19:00
Martedì 08:00 - 19:00
Mercoledì 08:00 - 19:00
Giovedì 08:00 - 19:00
Venerdì 08:00 - 19:00

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