Dendron Story Telling

Dendron Story Telling story telling per privati e aziende, narrazione per eventi matrimoniali, adattamenti teatrali, Adatt Matita e carta. Essenze ed esistenza. Ossigeno e ombra.

Dendron è ciò che gli antichi greci sillabavano per dire Albero, creatura sacra in cui tutto nasce e tutto torna. Fuoco e riparo. Non esiste luogo sulla Terra in cui gli alberi non siano ornamento, non assicurino vita. Non si conosce famiglia che non abbia rami di generazioni nuove e passate, di emozioni, di germogli e di foglie perdute col gelo. Non c’è inventiva umana che non vanti Primavere gen

erose e non pianga Inverni difficili. Notizia ne dà il vento delle parole, quelle che muovono a festa il verde dei successi e che sparpagliano il bottino d’Autunno per concimare il nuovo. Noi di Dendron vogliamo piantare alberi laddove il substrato sociale è brullo, rendere rigogliosi gli arbusti già esistenti nelle realtà personali, familiari e aziendali votate allo sviluppo; proponiamo, inoltre, di dare ai tanti rami il loro tronco come ai tanti nomi la loro storia, e alle infinite foglie le loro radici come ai tanti sogni il loro perchè. Così sono le storie umane, fonte di ossigeno per chi le rivive e le fa vivere. Così è il successo delle imprese, festa del frutto ad ogni stagione.

Oh Capitano, mio Capitano!L’adolescenza è  una tempesta in cui si entra e non si sa come, ed in che modo se ne esce, è u...
24/05/2025

Oh Capitano, mio Capitano!
L’adolescenza è una tempesta in cui si entra e non si sa come, ed in che modo se ne esce, è una crisalide emotiva in cui ci si accorge di avere ali potenti ma non si riesce ancora a volare, si intuisce la bellezza della propria livrea senza ancora vederne i colori, si annusa il profumo del polline ma non il gusto del nettare. E’ come un tratto di mare infuriato, ed in questa traversata perigliosa che la sorte mi ha destinato un capitano, il Mio Capitano! La sua passione per ogni verso segnato sulle pagine traspariva dai suoi occhi, come l’affetto per i suoi discenti era scolpito sul suo sorriso. Col suo vigore intellettuale e la sua conoscenza avrebbe potuto dominare sommi porti accademici, ma aveva preferito una minuta insenatura e quando gli veniva chiesto il motivo, lui ha sempre risposto : "è qui che c’è bisogno di me!" Siamo stati in tanti che hanno navigato nel tratto più difficile e pieno di rischi della nostra esistenza con Lui al nostro fianco e, se prendo la penna e solco ancora d’inchiostro le pagine è perché il mio Capitano ha saputo insegnarmi a disegnare la mia rotta, senza inseguire quella degli altri, senza indicarmela o ordinarmene una, ma dandomi fiducia mi ha messo al timone della mia nave! La sua gentilezza, la sua classe, la sua pacatezza e al contempo la sua autorevolezza erano una mescolanza incredibilmente affascinante per un mozzo ribelle che aveva appena messo piede sul ponte! Si, ero un mozzo spesso deriso dalla ciurma, solitario nel porto, avevo sete di capire e ad esprimere la mia inquietudine e riuscivo a dissetarmi nella fiducia che avvertivo in quegli occhi che sapevano leggermi, sapevano osservarmi e soprattutto, Lui sapeva ascoltarmi! Ero curioso, interessato e vorace di storie e di letture e questo a lui piaceva tanto, anche quando mi rivolgevo ad altri autori e argomenti che non erano propriamente nel programma didattico! "Ma... Prof!" proprio tu me li ha i fatti conoscere ed io non li ho mai più abbandonati: Charles Baudelaire, Paul Verlaine,Stephane Mallarme, William Blake, poi ancora Prevert fino ad arrivare a Jack Kerouac,Allen Ginsberg,John Steinbeck .Il tuo senso del dovere ti spingeva a riportami nei “ programmi” a quella ragione che proprio non volevo avere, ma l’affetto per quel mozzo innamorato di poeti e scrittori visionari era talmente sincero che poi sorridendo, ti portava a spiegarmi i contesti storici, stilistici e filosofici di quelle correnti poetiche che hanno attraversato maestosamente il mare della nostra umanità. Li sentivo miei, mi brillavano dentro come stelle, ne respiravo il profumo! Ma l’autore che amavo intensamente, era quello che più sentivo dentro me, era la stagione all’inferno di un adolescente che aveva vomitato ogni ombra inquieta e ogni dolcissima sensazione sulla carta : Arthur Rimbaud, scriveva alla mia stessa età ma più di cento anni prima ed io ero perdutamente innamorato di ogni suo verso e lo amo ancora allo stesso modo! Il mozzo ora aveva compreso che l’inquietudine che lo attraversava era comune a tanti altri e che l’incubo di sprofondare i legni del suo battello ebbro negli abissi più neri o la gioia di veleggiare tra nembi fidati accanto ad albatri fieri, erano separati da una lama finissima e crudele. Raccolsi forze che non credevo di avere parlando delle mie tempeste pubblicamente, invitando altri a parlarne! Le nostre assemblee duravano ore, ci si confrontava tra noi e non solo, si parlava tanto, ci parlavamo tanto! imparammo a conoscere l’uno il valore dell’altro, a confrontarci liberamente, ad ascoltare e ad ascoltarci… a volerci bene, ed in quei periodi abbiamo imparato a dircelo e a sentirlo forte mentre ce lo dicevamo… E tu eri lì che ci osservavi, con quel sorriso furbetto e pieno di orgoglio perché era quello che volevi, trasferirci quel valore immenso che è la consapevolezza di Essere Umani e per questo, infinito è e sarà, il nostro ringraziamento. Passavano i mesi e ora quel mozzo un tempo deriso, aveva preso fiducia in se stesso ed era rispettato e conosciuto da tutti, la mia scuola era diventata il mio porto sicuro, le mie acque più limpide e ferme! Suonava Daniele, suonava e scriveva, si spendeva in tante iniziative tra le maree del suo oceano che era l’ITIS A.Meucci di Casarano, e nel quarto anno insieme alla ciurma di ragazzi e di adulti, organizzò il concerto a scuola ed insieme ad alcuni docenti aderì entusiasta all’iniziativa del primo Giornale della Scuola! Il Prof Conte mi affidò l’editoriale ed io non stavo più nella pelle, vibravo come un organo hammond e respiravo elettricità! Scavai quelle righe con tutta la forza, la passione e la ribellione che avevo in corpo cercando di dare la sveglia all'istituzione scolastica a mio avviso, poco attenta alle tematiche profonde dei suoi discenti e che si preoccupava più della preparazione, che dei problemi esistenziali che attraversavano ognuno di noi! Lo gridai forte su quelle pagine, il mio inchiostro era un ardere di rabbia e rivoluzione! Tu non eri nella redazione del giornale, ma ti sottoposi quel prezioso scritto per “ correggerlo” ma era un gu**to di sfida, volevo che tu lo leggessi! Me lo riportasti a lezione e avevi corretto come al solito qualche errore di punteggiatura ma non mi dicesti nulla, allora ti incalzai! Morivo dalla voglia di sapere! “ Prof, allora le è piaciuto?” Con un lampo negli occhi e con un sorrisetto beffardo mi dicesti “Mmh, mio caro Vigna questa è robetta!” Mi avevi colpito dentro talmente forte che avrei dovuto odiarti, ma non ci riuscivo! Ho abbassato la testa e son tornato al posto…! Arrivò il giorno del concerto e della diffusione del giornale, io ero in scaletta con i miei Amici The Healers, era il periodo del grunge e del grande ritorno del rock rivoluzionario degli anni 60 /70! Prima di aprire le danze, sul palco salì il Preside per i saluti istituzionali…e cosa fa? Inizia il suo intervento citando il mio articolo, parola per parola addirittura facendo ammenda, riconoscendo la lontananza della scuola dalle inquietudini dei suoi ragazzi, il mio articolo aveva squarciato un muro, una breccia si era aperta e quel mozzo era oramai divenuto nocchiero! Ma non era ancora finita, poco dopo salì sul palco e dopo settimane di prove e di avventure suonammo “ Light my fire” dei Doors in una long version di 6 minuti e mezzo, un solo maledetto, spettacolare pezzo! Uno solo! Eravamo sul piazzale tra l’Industriale e la ragioneria e c’erano tutte le altre scuole il Classico, lo Scientifico, il Magistrale, venne giù tutto, fù l’apoteosi! La Crisalide era vuota oramai ed io, io avevo cominciato a volare! Arrivavano i complimenti dei compagni di classe, da me sempre e tutt’ora amati, di tutti gli altri amici, dei professori, di tutto quello che era il mio mondo… Ma non avevo fatto i conti con Te, Oh, mio Capitano, mancava un tassello perché questa avventura suggellasse un sogno! Al primo giorno di lezione utile entrasti in classe, ma avevi un’aria strana, serena e seraf**a al contempo e un pacchetto regalo tra le mani, dopo l’appello mi chiamasti alla cattedra… io non capivo cosa stesse succedendo, quando poi allungasti quel tesoro e dicesti “ questo è per te Vigna, te lo devo!” Io non riuscivo a crederci ero letteralmente impietrito, il mio Capitano con quel gesto mi stava chiedendo scusa davanti alla mia classe, ai miei Amici… “prego Vigna che aspetti, aprilo!” (l’acqua salata ancora affoga i miei occhi quando lo ricordo) Era leggero, ma le mani mi tremavano come fosse fatto di granito, lo scartai senza strappare la carta con la premura riservata ad una creatura viva! Ed io mi sentii esplodere di gioia e tremendamente vivo, era “Le fleures du mal” di Charles Baudelaire! Mi aveva colpito ancora! Poi mi guardò e disse “i libri non si regalano mai puliti” Quello che scrivesti su quella pagina in realtà me lo hai inciso a fuoco nell’anima!
“a Daniele sperando che continui a credere in quella forma di speranza che è la Poesia”
Non riuscii quasi a proferire parola, a quella farfalla che aveva appena cominciato a volare avevi regalato i fiori migliori dove potersi dissetare, quelli dove potersi posare quando esausta avrebbe cercato ristoro! Tutto quello che era accaduto nei giorni precedenti era niente al cospetto di quello che mi hai fatto vivere in quel momento! Quella dedica è ancora qui dentro di me e ha segnato tutto il percorso della mia vita in cui in ogni mia scelta è stata guidata dalla poesia e sempre lo sarà, perché è il modo che ho di trovare la mia rotta! Chissà, forse perchè non sono diventato ancora adulto, ma se diventarlo signif**a non credere più nella poesia, beh! allora io non lo sarò mai! Perché grazie a te Luigi Scorrano, il mio Capitano, la poesia è per me il sole che scalda le mie ali, il vento che spinge le mie vele, l’oceano su cui scivola la mia nave e me lo hai insegnato Tu, quel giorno!
Ti voglio bene!
Per sempre tuo,
Daniele Vigna.

La Stella Cometa si segue, il talento si ammira.Dal 25 dicembre 2022 all’ 8 gennaio 2023, Gianpiero Pisanello e Marco Do...
11/01/2023

La Stella Cometa si segue, il talento si ammira.
Dal 25 dicembre 2022 all’ 8 gennaio 2023, Gianpiero Pisanello e Marco Donadei hanno trasformato le strade di Tuglie, piccolo centro salentino, in una mappa del tesoro dove la posta in gioco non consisteva in dobloni di navi pirata, ma nel piacere di ammirare l’arte dei concittadini coinvolti nei “Presepi nel Borgo”.
Coniugare il cammino allo stupore deve essere stato naturale per un fine comunicatore come Pisanello, allo stesso modo dell’aggiungere valore a questo progetto per gli artisti che hanno sposato la sua idea creando Presepi, ognuno secondo il proprio sentire.
Ed ecco il tesoro: diciannove Natività scandite da luci ad effetto, talvolta da movimenti meccanici, costruzioni paesaggistiche di profondità capaci di riportare il visitatore ai ricordi del suo passato, ambientazioni rurali tipiche di quel Salento in cui l’ulivo era ancora sopravvivenza e identità, la semplicità l’unica chiave di lettura della vita, la fede bandiera di una cultura secolare di speranza, lavoro e sacrificio.
Ne sono stati testimonianza i luoghi scelti per accogliere queste bellissime istallazioni: antiche cantine con esposti i vecchi oggetti della quotidianità d’un tempo, chiese, stanzette nel centro storico, qualche magazzino e un meraviglioso frantoio ipogeo ricco di angoli suggestivi.
Ed è stato proprio qui che l’abile mano di artisti moderni ha coniugato il presente col passato, la fede con la ragione, il silenzio dell’adorazione del Dio Bambino con il grido di dolore di un’umanità violata nel sangue di Mahsa Amini e di tutti quelli che, come lei, sono vittime dell’ingiustizia e dell’odio in ogni tempo e in ogni luogo.
Attraverso una folla di sagome femminili nere di burka e prive di tratti somatici, s’intravede una Natività bianca come la pietàs che i popoli hanno perso.
A queste donne non serve una bocca per accusare il mondo d’indifferenza o per supplicare il suo sostegno nella rivendicazione di diritti e libertà, basta la loro presenza, né hanno bisogno di occhi per fissare i nostri nella morte dell’umanità, a queste donne serve il cuore di chi incontrano per far nascere ancora la speranza in un mondo migliore, e credo che in questo straordinario Presepe se lo siano preso senza doverlo neanche chiedere. Qui, come una montagna, svetta in fondo a destra una figura femminile dalle variopinte chiome al vento, simbolo di una vittoria possibile solo se si lotta tutti insieme.
Niente è impossibile a chi vuole, niente è impossibile a chi ama.
Arricchiti da tutte queste potentissime emozioni, luci di una stella che non tramonta, i visitatori di “Presepi nel Borgo” possono così continuare il loro cammino nella quotidianità, nei posti di lavoro e lungo questo nuovo anno con una rinnovata fede nel proprio essere umani.

Raffaella Verdesca

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Allegra e SantaTraverso due colonne, che mi introducono in un mare di pareti affrescate e in fondo,  un piccolo e fiero ...
30/12/2022

Allegra e Santa

Traverso due colonne, che mi introducono in un mare di pareti affrescate e in fondo, un piccolo e fiero altare barocco, guarda verso canne d'organo, d'argento e d'oro che trafitte da lame lucenti attendono da tempo l'abbraccio di altre melodie. L'omaggio alla storia del mantice arriva in punta di piedi cullando la fiamma sul palmo delle mani e si fa voce intensa, disarmante che seduce gli astanti, incantati dalla lunga chioma lucida e corvina e dalle spalle tornite e dorate, Enza voce di luce, approda sull'altare e si volta iniziando così il racconto di una storia antica che noi tutti già conosciamo ma che amiamo riascoltare e lei, vestale laica, venere di carne e suoni, sa come depositarne nei cuori il senso. Dario, voce di mare naviga tra racconti e canti, brezza marina densa di salsedine e signif**ato dispiegando vele ricamate, timone deciso, dolce nocchiero ci raccoglie naufraghi, conducendoci amorevolmente nel porto sicuro e calmo del suo canto. Gianluca voce di corde e legno d'abete nostromo prode e misurato, vibra fioriture accorte e delicate come velo di sposa da cui traspare la suprema bellezza che egli sa bene centellinare, passo dopo passo fino a svelarne la luce piena sulla soglia dell'ara. Mentre navighiamo confidando nella ciurma, dita forti e sicure plasmano la terra che diviene vita di creta soffiando sul viso di pastori e contadini, magi e lavandaie mentre l'espressione di Dario il puparo, è scolpita in una tensione armonica che ad un tratto sboccia fermando i cieli e ascende fino alle canne d'organo, d'argento e d'oro, facendole vibrare assieme alle nostre anime! Tutto si compie la dolcezza e la compassione di Dio ci travolge! Grazie, dai nostri cuori persi nella mesta quotidianità e ritrovati nella vostra dolcissima, solenne, attesa, Santa Allegrezza.

Daniele Vigna
(Tutti i diritti sono riservati)

La NnacaDa bambini, passata l’euforia estiva, col rientro in quel porto sicuro che era la scuola, la quotidianità scorre...
24/12/2022

La Nnaca
Da bambini, passata l’euforia estiva, col rientro in quel porto sicuro che era la scuola, la quotidianità scorreva ordinata e ordinaria e mentre le giornate si accorciavano, si scivolava nei mesi autunnali. Lo confermavano le festività novembrine, “I morti” prima e “Santu Martinu” poi, passate le quali il timone dell’animo puntava dritto verso la festa dell’Immacolata. Era una tappa strana perché le “pittule cu llu cottu e le pucce cu lle ulìe” spalancavano le porte ad uno tsunami di rituali e preparazioni che annunciavano la festa più importante dell’anno. Una volta scelta la zona della casa, i mobili venivano spostati. Mio padre, dopo pranzo, evitava lu “marisciu” e cominciava a prendere misure, scendere tavoli, salire tavole e ancora, a recuperare rami secchi “de l’arbulu de f**a, de armeculu, ciappuni” gli straordinari “cipuddrazzi” e “le pale de f**alindia”. La stanza diventava un cantiere ma non riuscivo mai ad intravedere qual era il progetto che aveva in testa, sapevo solo che più o meno, verso Santa Lucia, veniva la parte più bella: si andava in soff***a a prelevare quegli scrigni di cartone in cui albergavano carta roccia, rocce di mare, serie luminose e… i Pupi! Erano lì a dormire dal giorno della Candelora quando, come bambini in fasce, venivano avvolti con cura in quella culla di carta. Si diffondeva un profumo particolare che, nonostante gli anni, non perdeva mai forza: era un misto di incenso, odore di sabbia di mare e terra rossa, che riempiva la stanza non appena quei tesori vi approdavano e con esso arrivava anche uno strano calore nel mio cuore. Il tavolino pesantissimo veniva vestito dal solito sacco di juta, la carta cominciava a posarsi e a prendere forma facendosi colline e sentieri, i rami diventavano alberi giganteschi e i cipuddrazzi agavi del deserto; pezzi di roccia vera generavano grotte vere illuminate da gemme di luce rosse, blu, gialle, verdi, e tra quelle pareti cominciavano a comparire figure antiche la cui espressione statica sembrava animarsi. Le vedevo ancora intorpidite dal lungo dormire e mentre le osservavo attentamente, credevo di cogliere un accenno di sorriso che poi fioriva in maniera decisa ogni volta che veniva loro affidato il proprio posto: i Pastori, le pecore, la donna con la brocca e le coperte, il venditore di meloni, il pescivendolo, la donna con la sporta sulla testa, era veramente bello ritrovarli tutti e sistemarli tra il muschio che avevo recuperato in campagna e sul terrazzo. Quello strano calore prendeva a muoversi mettendomi di buon umore. La sera affondavo nelle lenzuola di flanella, le scarpe da notte fatte a mano dalla nonna Pascalina mi facevano volare dentro sogni che non ricordavo mai. Ma una notte, però, … tin! Tin! …tin! Tin! …tin! Tin! un suono metallico e terzinato si faceva strada tra questi facendomi riemergere da chissà dove, mentre la voce di mia madre mi sussurrava : “Daniele, sta passa a pastorale!” Era l’unica cosa che poteva farmi aprire gli occhi! Riuscivo a distinguere gli strumenti, il clarino, il sassofono, la fisarmonica e quel triangolo che in maniera semplice e inconfondibile riempiva di magia ogni brano. Ero capace perfino di memorizzarne la melodia, sentivo quando i musicisti si facevano più vicini e quando, ahimè, si allontanavano; li sentivo fermarsi e parlare per poi riprendere e proseguire. Nella notte lunga e gelida di dicembre quel suono mi restituiva chiarezza e portava senso ad ogni cosa, mi faceva avere una visione limpida e positiva del mondo, degli uomini e della bontà che li teneva insieme. Ritornavo a tuffarmi tra le coperte immergendomi nei sogni, chiudevo gli occhi e li riaprivo tra luci, terra, roccia, muschio e… persone! In ognuna che incontravo riconoscevo i visi di quelle sagome statiche che avevo svegliato qualche giorno prima ed ora ero lì con loro, potevo parlarci, potevo scorrazzare in lungo e in largo. Ma ve lo immaginate un bambino dentro un presepe? Entravo e uscivo da ogni grotta, saltavo tra gravine di carta, correvo su ogni sentiero riconoscendo angolo dopo angolo quel presepe che ogni giorno osservavo incantato. Tempestavo di domande le “persone” e loro mi accoglievano solo sorridendo, senza parlare ma facendomi sorgere le risposte nell’animo rasserenandomi, mentre tra muschio e pupi regnava un clima dolcissimo di attesa. Quanto era bello! Unica la serenità che ritrovavo al risveglio e che durava tutto il giorno mentre aiutavo la nonna Pascalina e la mamma Ntonia a spremere mandarini e arance per fare le “cartallate”. Ne facevano in quantità enormi e mi domandavo se poi sarei riuscito a mangiarle tutte, ma quei piatti sistemati con cura con miele, grani colorati, sferette metalliche, migravano nelle case di parenti e amici in una diaspora di generosità incontrollabile: tanti ne partivano, tanti altri arrivavano da noi con uno scambio febbrile. Ogni piatto di questi dolciumi presentava una decorazione diversa, una ricetta diversa e, ve lo assicuro, un sapore diverso, mai migliore, però, delle cartallate di casa: sottili, leggere e croccanti, avvolte dal miele o dal cotto. Arrivava finalmente la notte della vigilia di Natale e della messa ricordo veramente poco, tranne i pizzichi di mia madre che cercava di svegliarmi. Ma quel profumo di incenso lo riconoscevo, lo avevo sentito già tra rocce e muschio e pupi… Tornando a casa ritrovavo i miei “amici” e bisognava far nascere Gesù Bambino che fino ad allora era stato custodito dolcemente nella sua Naca, un cassettino che profumava di legno della “cunsola”, avvolto in un centrino bianco fatto all’uncinetto. Ecco, adesso il presepe era finalmente al completo, la luce più bella di tutte era lì. I drappi rosa e celeste di Maria e quelli gialli e marroni di Giuseppe assumevano sfumature dorate, tutto era al suo posto, in armonia, ed io potevo andare finalmente a dormire non vedendo l’ora di camminare tra cipuddrazzi, armeculi e muschio, pastori, contadini, Maghi delle stelle, mercanti e stallieri col loro vociare simile a quella musica che mi aveva svegliato nelle notti precedenti. I miei magici amici portavano alla luce più bella poveri doni, ma anche quella serenità d’animo che mi avevano saputo trasmettere e che, passo dopo passo, avvicinandomi alla grotta della mangiatoia, sentivo diventare sempre più intensa fino a rivelarsi in tutta la sua forza negli occhi di Giuseppe e di Maria e nel sorriso di Gesù Bambino. Ne ero incantato… Ognuno di noi, in realtà, aveva un modo speciale di pregare e di sognare, chi facendo dolci ,chi suonando per strada di notte, chi allestendo il presepe ed io, sicuramente affascinato dai racconti di nonno Lorenzo, ho sempre immaginato come teatro di questi straordinari eventi lontani, l’Africa di cui mi parlava, povera, dignitosa, amorevole e piena di luce, culla della nostra Umanità.

Daniele Vigna
(tutti i diritti sono riservati)
https://youtu.be/CaCuAvmA0Xs
Foto per gentile concessione di Francesco Congedo

De Santa Lucia ncurtisce  la notte e llunghisce la dia…C’è un fuoco che mi accompagna da quando ero bambino, che rende v...
12/12/2022

De Santa Lucia ncurtisce la notte e llunghisce la dia…
C’è un fuoco che mi accompagna da quando ero bambino, che rende vive sensazioni, affetti e persone rinvigorendosi sempre e restituendomi…Luce. In un quartiere sul bordo di un paese, tra le pieghe del carparo di una casa, una piccola Santa Lucia osservava ometti magri rincorrersi tra vecchi alberi di fico e scheletri di nuove abitazioni, mentre una piccola centenaria faceva la spola tra le case delle figlie strette in un isolato, con passo lento e fermo, coi grani del rosario tra le dita, le bucce di mandarino nelle tasche e i capelli lunghissimi e curati, che lei sapeva raccogliere in una spirale perfetta “sutta u maccaturu” nero, legato con un fiocco sotto al mento. Nei freddi autunni, il momento del rosario, o a casa “ta Pascalina” o “ta Cosimeddra”, vedeva le litanìe accompagnarsi con l’odore di legna secca e ferro bollente, mentre i piedi delle donne del quartiere orlavano la “fracera” colma di brace e cenere, e la “Mamma Ntogna”, madre e centenaria, non perdeva mai il conto delle poste. Ci provava la nonna Pasqualina ad avermi con lei, ma puntualmente quelle voci ipnotiche, quello strano calore, quei profumi mi facevano assopire e crollare di colpo giù dalla sedia di legno. Ma c’erano dei giorni in cui a noi “ometti” veniva concesso di avere delle responsabilità: “Tanieleeeee!!! Scindi ca hai purtare qualche ciappune addrai alla focara!!!” Era Nonno Lorenzo… Ricordo soltanto che scendevo gli scalini saltandone quattro alla volta e mi precipitavo a prendere più legna possibile da sotto il pergolato per portarla appena fuori casa dove cominciava a formarsi la catasta. Ci veniva concesso anche di andare a bussare alle case di tutto il quartiere per chiedere qualche ceppo: “Ha tittu u nonnu mia, ci per favore me poti dare nna lìuna pe lla focara” e che io mi ricordi non ho mai ricevuto un no, e vi assicuro che un bambino un “No!” lo ricorda bene! Tornavamo di corsa verso la catasta tutti contenti, stringendo al petto il frutto del nostro lavoro e consegnandolo ai grandi che lo sistemavano mentre noi lo seguivamo con lo sguardo fino al punto in cui veniva incastrato, per poi ripartire di nuovo in picchiata. Poi, dopo la raccolta tra la casa “tu cumpare,tu ziu, tu cursupinu, tu scennuru tu frate tu cumpare tu ziu” e via filastroccando, tornavo a casa a cambiarmi e ad aspettare, ma non ci riuscivo, non stavo nella pelle, altro che rosario! Per questo ero ben sveglio, per vedere quella fiamma prendere vita e danzare tra le case del quartiere, per farmi ammaliare da quel fuoco maestoso che si ergeva illuminando a giorno, svelando le nostre ombre giganti sui muri, mentre scaldava le guance di noi che eravamo lì ad ammirarlo incantati, riconoscendo uno per uno quel ceppi che avevamo raccolto per tutto il pomeriggio e che adesso si sgretolavano tra fiamme, scintille e crepitii. Quelle ombre ci dicevano che quel giorno eravamo come i grandi perché avevamo reso un servizio al rione, alla comunità, avevamo avuto un ruolo importante nel realizzare la magia che stavamo vivendo. Poi il fuoco pian piano smetteva di urlare e la brace calma si prendeva la scena, minute figure la raggiungevano traversando l’uscio di casa o “cu lu mantile” chiuso in grembo zeppo di “patate ‘mericane”, o “cu llu scarfalettu vacante” che veniva riempito magistralmente con ferro e paletta riportando il calore nelle case. Nel frattempo le patate dolci venivano messe a dimora con cura nella cenere alla giusta distanza dai tizzoni. In ogni casa ritornava quella magia, a nessuno veniva negato quel calore perché nessuno si poteva arrogare il diritto di farlo, mentre alcune patate venivano volutamente dimenticate nella cenere calda per farle trovare a chi era costretto a cercarle.
Un giorno, una mano blasfema portò via la piccola Santa Lucia.
I ritmi del rosario avevano un andamento triste e rabbioso e tra le avemarie, stretta tra i denti, le Donne trattenevano a fatica una domanda: perché? Non so bene chi lo decise, forse tutto il quartiere, ma quell’anno anche se gli occhi di Santa Lucia non ci guardavano da “lu nnicchiu”, la Focara e tutto il suo rituale magico si ripeterono, con la tristezza nel cuore ma con forza e determinazione; non c’era lei ma il suo Fuoco non poteva smettere di vivere e rinnovarsi! Così è stato. Accompagnandomi anno dopo anno, quella Luce non è mai mancata; nel tempo si è spostata poco più in là, proprio vicino alla fontana, luogo per eccellenza della socialità quotidiana del rione che vedeva abbeverarci d’estate, caricare “menze” d’acqua nei periodi di razionamento, lavarci i piedi impanati di sabbia quando tornavamo dal mare, altrimenti la Gestapo non ci avrebbe mai fatto rientrare a casa. Nel giorno di Lucia, acqua e fuoco erano l’una al fianco dell’altro e ci stringevano. Il sorriso” ta a Vicia” e “ta Maria Piciullinu” erano tornati sui loro visi, io non avevo più la Nonna Pasqualina e da tempo anche sua madre, ma sembrava di scorgerle ogni anno tra le ombre che il fuoco disegnava. Mi ero appena innamorato dei suoni e delle voci della nostra terra e in sintonia con Giuseppe, il responsabile del centro sociale del quartiere con cui collaboravo, cercavamo di trasmettere queste melodie ai ragazzi che lo frequentavano. “Lu Enzu ta Palmira” che si accollava l’onere e l’onore di organizzare la Focara sempre con la collaborazione di adulti e bambini, ci chiese se potevamo allietare la serata con un po' di musica e, nonostante una pioggia f***a, ci dovemmo rifugiare cantando e suonando nell’officina “du Biaginu u farraru”. Fu la prima volta che la musica popolare cominciò a decorare il fuoco, era il 1994 e da allora ne seguirono molte altre. Il tempo può cambiare la forma di certe cose, ma la sostanza no! A fine novembre solitamente mi chiamava Enzo e sapevo già qual era il motivo: io cominciavo a fare il mio giro di chiamate mentre l’ingranaggio di persone ed entusiasmo cominciava a mettersi in moto e ognuno in maniera naturale svolgeva un ruolo diverso. Un paio di giorni prima del 13 dicembre, lu Dinu Turlizzi scaricava la sabbia su cui poggiare la catasta, Enzo faceva portare fascine e tralci di potatura, mentre i bambini del quartiere si spargevano ancora tra le case a caccia di ceppi, la formula di richiesta era più o meno la stessa di sempre. Intanto la Palmira preparava u cummitoru schiattirisciatu per la sera, mio Zio Fiore stava alla logistica e mi guidava nel sistemare ogni pezzo di legna. Puntualmente mi ritrovavo sulla punta della piramide di quartiere e non sapevo come diavolo scendere e lui: ”Statte ddra susu ca te rrustimu stasira!” Fortuna per me che ero anche l’addetto “alli soni”, altrimenti…! Gli amici musicisti venivano veramente da ogni parte del Salento e coordinarsi con gli orari dell’accensione non era facile, anche perché era d’obbligo un passaggio a casa de Mesciu Cici e de l’Antonia Tabbarana per un piatto di pezzetti o de pittule, poi la serata decollava comunque. Non c’è mai stato un palco, tutto era molto spontaneo, e dopo l’accensione e le prime immancabili pizziche pizziche, la gente rimaneva ad ascoltare il fuoco e la musica. Più tardi, vicino alla brace con le patate dolci e un bicchiere di vino, ci concedevamo dei canti alla stisa guardandoci negli occhi e quasi sussurrando, fino a notte inoltrata nonostante il freddo pungente. Nessuno del vicinato si è mai lamentato, anzi! Mesciu Pippi Nicoletti il giorno dopo mi cercava per ringraziarmi e per dirmi che aveva dormito come un bambino, che eravamo stati la sua ninna nanna. Le case oramai da tempo non hanno bisogno di brace, ma il calore che questa tradizione è riuscita a trasmettere, in questi anni ha vibrato nelle voci e nei suoni di Maria Vittoria Antonazzo, Cinzia Villani, Giuseppe delle Donne, Enza Pagliara, Dario Muci, Carlo Canaglia, Leone Marco Bartolo, Marco Tundo, Mariangela ingrosso, Massimiliano Però, Giulio Bianco, Roberto Raheli, del compianto Bruno Spennato, di Alessandro Ponzetta, Elena Ponzetta, Alessio Russo, Francesco Monteanni, Paolo Pasanisi e tanti, tantissimi altri amici che in questi anni sono venuti a rendere omaggio e a tenere vivo questo fuoco permettendo a noi ometti di quartiere di scorgere ancora tra le ombre disegnate dal fuoco, le sagome, i profili, i sorrisi di chi questa tradizione ha saputo donarcela.
Gustav Mahler diceva:
“Tradizione non è il culto delle ceneri, ma custodia del fuoco…”

Daniele Vigna
Tutti i diritti sono riservati

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Fare impresa signif**a porsi un obbiettivo e raggiungerlo. Le imprese, un tempo, erano quelle che compivano impavidi nav...
12/03/2018

Fare impresa signif**a porsi un obbiettivo e raggiungerlo. Le imprese, un tempo, erano quelle che compivano impavidi navigatori... L'animo dell' Uomo di mare non è diverso da quello dell'imprenditore, ed entrambi non trovano nessun motivo sufficiente per rimanere in porto, ma ne trovano sempre di nuovi per prendere il mare,stringendo forte il timone e guardando con sfida ed entusiasmo l'orizzonte! Auguri dunque a Gianluigi Mastroleo Capitano della EASYCAFE'.

In un tempo non facile  in un Uomo respirava forte il vento di uno straordinario rispetto e Amore verso la Donna.Oggi vo...
08/03/2018

In un tempo non facile in un Uomo respirava forte il vento di uno straordinario rispetto e Amore verso la Donna.Oggi vogliamo ricordare la storia di questo "deputato delle donne" che nell'animo aveva orgoglio e senso materno che è stato deriso e perseguitato per le sue idee che ha sempre portato avanti e che nella società hanno attecchito pian piano e sono maturate solo 150 anni dopo e ancora non completamente.
In questa giornata il nostro pensiero va a tutte Voi e a chi ha combattuto al vostro fianco, mai come padroni e sempre come compagni. A tutte le Donne, a Salvatore Morelli Onorevole del regno d'Italia e paladino dei diritti di tutte!
"Morelli nacque a Carovigno, in Terra d’Otranto, nel 1824. Aderì alla “Giovine Italia” di Mazzini mentre studiava Giurisprudenza all’Università di Napoli. Successivamente divenne giornalista e scrittore, con un forte impegno politico. Scontò dieci anni di carcere per aver partecipato alle insurrezioni del 1848, quando Ferdinando II di Borbone ritirò la Costituzione.

Nel 1851 venne trasferito dall’Isola di Ponza, dove nelle ore d’aria insegnava a leggere e scrivere ai figli dei pescatori, al Castello di Ischia, prigione di massima sicurezza per i detenuti politici. Vi subì una falsa fucilazione, venne torturato e vide i suoi libri bruciati. Terminò il lungo periodo di prigionia sull’Isola di Ventotene. Qui salvò due bambini che stavano annegando e rifiutò la libertà, che gli spettava secondo antiche consuetudini, a favore di Nicola Paladini, sposato e con numerosi figli. Inviato a Lecce nel 1858 a soggiorno obbligato, nel gennaio 1860 fu di nuovo imprigionato, avendo rifiutato un incontro con Francesco II. Uscì dal carcere al crollo del regime borbonico.

A Lecce risiedeva presso il patriota Pasquale Greco, la cui moglie, Giovanna De Angelis, intelligente e sensibile, gli ispirò la sua opera più importante, pubblicata a Napoli nel 1861, con due successive edizioni, dal titolo definitivo La donna e la scienza o la soluzione del problema sociale, volta a chiedere l’emancipazione femminile otto anni prima di John Stuart Mill. Fu deputato per quattro legislature, dal 1867 al 1880, quando non esisteva l’indennità parlamentare, introdotta da Giolitti nel 1907. Nel 1867 presentò, primo in Europa, un progetto di legge per la parità della donna con l’uomo, forte risposta al Codice Civile italiano del 1865, che sottometteva la donna all’autorizzazione maritale, facendone una minorenne a vita e precludendole il diritto di voto. Negli anni 1874-1875 propose un nuovo Diritto di Famiglia, che prevedeva l’eguaglianza dei coniugi nel matrimonio, il doppio cognome, i diritti anche dei figli illegittimi, il divorzio. Nel 1875 chiese di nuovo il voto femminile.
Nel 1877 il Parlamento italiano approvò, con larga maggioranza, la legge Morelli, per riconoscere alle donne il diritto di essere testimoni negli Atti del Codice Civile, come i testamenti. Si trattò di un importante progresso, per i risvolti economici, dando alle vedove la possibilità di prendere conoscenza dei beni lasciati dal marito, e perché costituiva il primo passo verso la capacità giuridica delle donne. Propose un’istruzione moderna, gratuita e obbligatoria per tutti, tutelò i deboli (figli illegittimi, preti patrioti, principesse sabaude,prostitute), costruì ferrovie e scuole, promosse il risanamento di zone paludose della Campania, fu Federalista e suggerì una sorta di Nazioni Unite per dirimere i contrasti tra le Nazioni. Nel 1880 morì in miseria in una piccola pensione di Pozzuoli. Per ottenere i diritti delle donne richiesti da Salvatore Morelli è stato necessario oltre un secolo".

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Parabita
73052

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