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06/06/2026
05/06/2026

Non solo pioggia e vento: il 3 giugno Roma ha sperimentato un fenomeno atmosferico intenso che ha interessato alcune zone del quadrante nord della città, causando la caduta di alberi e numerosi disagi. Le prime notizie parlano di una tromba d'aria, ma saranno le analisi meteorologiche a chiarire con precisione la natura del fenomeno.

Ma cos'è una tromba d'aria?

Si tratta di una colonna d'aria in rapida rotazione che si sviluppa alla base di una nube temporalesca e può raggiungere il suolo. Pur avendo dimensioni relativamente ridotte, può generare venti molto intensi, in grado di provocare danni significativi lungo il suo percorso.

La formazione di una tromba d'aria richiede una combinazione di ingredienti atmosferici ben precisi: aria calda e umida nei bassi strati, forte instabilità atmosferica e variazioni della velocità e della direzione del vento con la quota. In presenza di un temporale particolarmente intenso, queste condizioni possono trasformare una rotazione inizialmente orizzontale in un vortice verticale che, nei casi più estremi, raggiunge il terreno.

Le giornate molto calde che hanno preceduto il temporale hanno probabilmente contribuito ad accumulare energia nell'atmosfera. Possiamo immaginare l'aria vicino al suolo come l'acqua in una pentola sul fuoco: più calore riceve dal basso, più tende a salire. Se arrivano le condizioni meteorologiche giuste, queste correnti ascensionali possono diventare molto intense e alimentare temporali severi, talvolta associati anche a trombe d'aria.

In meteorologia questa "energia disponibile" viene spesso descritta attraverso un parametro chiamato CAPE (Convective Available Potential Energy): in termini semplici, misura quanta energia può essere utilizzata dalle correnti ascensionali all'interno di un temporale. Valori elevati di CAPE indicano un'atmosfera più favorevole allo sviluppo di nubi temporalesche profonde e fenomeni convettivi intensi.

Una curiosità: non tutte le "nubi a imbuto" che osserviamo sotto un temporale sono vere trombe d'aria. Per parlare di tornado, il vortice deve raggiungere il suolo e produrre effetti osservabili, come il sollevamento di polvere, foglie o detriti. Se il vortice rimane sospeso sotto la nube, si parla invece di funnel cloud (nube a imbuto).

Un altro fenomeno spesso confuso con le trombe d'aria è il downburst. In questo caso non c'è un vortice rotante: si tratta di una violenta corrente d'aria che precipita verso il basso dal temporale e, una volta raggiunto il suolo, si espande rapidamente in tutte le direzioni. Anche i downburst possono provocare danni ingenti e abbattere alberi, ma la loro "firma" sul territorio è diversa da quella lasciata da una tromba d'aria, che concentra i danni lungo una fascia relativamente stretta associata al passaggio del vortice.

Sebbene l'immagine del tornado sia spesso associata alle Grandi Pianure degli Stati Uniti, questi fenomeni non sono esclusivi del Nord America. Anche il Mediterraneo e l'Italia possono essere interessati da trombe d'aria, specialmente durante episodi di forte instabilità atmosferica. In un'atmosfera più calda è disponibile, in media, una maggiore quantità di energia per alimentare i fenomeni convettivi.

04/06/2026

Lo yogurt, per esempio. «L’ho chiesto da mangiare» racconta Cesare Casella, «mi hanno risposto "E che cos’è?". Lì ho capito dove ero finito». Su un altro pianeta, lontano anni luce dal mondo conosciuto. «Non dico che fosse come tornare al Medioevo, ma non mi sentivo in Italia». Eppure, lo era; una porzione di Paese sperduto e dimenticato: l’Aspromonte del 1988.
Tutt’attorno il mondo cambiava, nel cuore della Calabria restava una bolla spazio-temporale. E dentro una buca scavata nella montagna, un diciottenne pavese incredulo e spaventato cercava di capire dove fosse stato catapultato.

Cesare Casella oggi è un imprenditore edile di 56 anni di grande gentilezza, che crede nel karma e non porta rancore. È stato il rapito più noto d’Italia, dopo la liberazione coccolato e richiesto, ospite di ogni trasmissione tv, dal Maurizio Costanzo Show a Raffaella Carrà, in tribuna a vedere il Milan accanto a Berlusconi.
Due anni atroci di prigionia, 743 giorni con una catena al collo e la compagnia dei topi, poi un turbinio di feste e riflettori. «È durato per una stagione o due, dopodiché ho avuto il rigetto e non ne ho più voluto sapere». Una vita normale, due matrimoni e tre figli, rarissime interviste. Ora, per la prima volta in un podcast e dopo anni di silenzio, Cesare Casella ripercorre la sua vicenda per la serie «Sottoterra. La lunga stagione dei sequestri» della Fondazione Corriere della Sera. Un pezzo di storia d’Italia.
APPROFONDISCI CON IL PODCAST
Chi era Cesare prima del sequestro?
«Ero una un ragazzo abbastanza agitato, se non esagitato. Abitavo a Pavia, che in quel periodo era molto vivibile, divertente. Ci si ritrovava sempre in piazza, avevamo tutti i nostri punti di riferimento, gli amici erano una compagnia molto numerosa. Ci piaceva un po' trasgredire, violare le regole…».
Lei truccava i motorini…
«E usavamo anche la macchina quando non si poteva, eravamo un po' indisciplinati, giovani. Facevamo sempre le vacanze in compagnia, si andava in montagna, al mare, si partiva magari il sabato sera per andare a ballare e si ritornava a casa senza aver dormito…».
La stagione dei sequestri di ‘ndrangheta era cominciata da tempo: ne sapeva qualcosa?
«All’epoca non leggevo i quotidiani, della cronaca mi interessava poco. Non sapevo dell’Aspromonte, né della ‘ndrangheta, non avevo queste conoscenze».
In famiglia non avevate preso precauzioni?
«No, assolutamente. Non ce lo saremmo mai aspettati, anche perché io facevo una vita normalissima, mia mamma era casalinga, mio padre lavorava (aveva una concessionaria d’auto, ndr); io avevo sempre frequentato scuole pubbliche, guidavo una macchina usata. Eravamo benestanti, ma non avevamo barche, per dire, non avevamo un tenore di vita appariscente».
Arriviamo al 18 gennaio 1988.
«Quella sera, come tutti i pomeriggi, finito di studiare, avevo raggiunto la compagnia in centro. Ma era gennaio, era già buio, faceva freddo, c'era la nebbia; saluto tutti alle 7,30 circa per andare a cena e sulla strada del ritorno, a 100 metri da casa, mi trovo una macchina di fronte, che mi ha taglia la strada. Faccio per ripartire e questa macchina fa retromarcia, mi urta. Escono degli uomini armati che mi chiedono: "Tu sei Casella?". Io dico "Sì" e quindi mi prendono di forza, mi caricano su questa vettura, mi bendano gli occhi con il nastro adesivo e mi puntano la pi***la alla tempia».
La prima tappa è un garage di Buccinasco, la «Platì del Nord», alle porte di Milano.
«In quel box, dentro una macchina, ci restiamo circa due settimane. Io avevo 18 anni, i due carcerieri avranno avuto qualche anno più di me, quindi abbiamo modo di chiacchierare, c'è stato una sorta di rapporto umano».
Di che cosa parlate?
«Mi dicevano che io ero fortunato perché ero nato in una famiglia benestante, in una zona dove c'era tanto lavoro; invece, loro erano sfortunati perché erano nati in un paese povero. Per loro era come una giustificazione dire "non abbiamo altre opportunità se non quella di delinquere”».
Non potendo chiamarli per nome, lei inventa due soprannomi.
«Siccome parlavamo di calcio, io sono del Milan, loro tenevano al Napoli, era l’epoca di Maradona, quindi alla fine io uno l'ho chiamato Maradona e l'altro Careca. Tra l’altro il soprannome Maradona è stato anche usato nei contatti tra la banda e la famiglia».
Dopo due settimane, i banditi attrezzano il vano di un camion e la trasportano in Aspromonte.
«Ho capito che andavamo verso Sud dalla direzione del sole all’alba. Ma io non sapevo nulla di Aspromonte, dove mi trovavo l’ho capito poi da alcuni scontrini della spesa».
L’arrivo è brutale: ore di cammino bendato e legato, su per una montagna senza sentieri.
«Percepivo dall'aria che eravamo dentro un bosco, in alta montagna, perché la salita era pesante. Avevano costruito un buco nella terra, coperto con delle lamiere, tutto camuffato sopra con dei rovi e del legname».
Chi sono stavolta i suoi carcerieri?
«Livello di istruzione zero, l'italiano lo parlavano pochissimo, parlavano solo dialetto, era gente che viveva in latitanza, purtroppo gente disperata».
Cominciano lunghi giorni di solitudine.
«Venivano due volte al giorno, al mattino e al pomeriggio, a vedere se ero ancora lì, a portarmi le vivande. Mi avevano messo una catena alla caviglia e una catena al collo che usciva fuori e quindi ero bloccato: non potevo alzarmi, non riuscivo neanche a sedermi».
In due anni cambia «tana» tre volte, l’ultima è più larga e leggermente più strutturata: lei capisce che il sequestro non sarà breve.
«Era di dimensione circa 2 metri per 2, scavata per un 1 metro e mezzo dentro la montagna con dei pali di legno, una struttura sopra metallica, si entrava in ginocchio. Dentro, queste assi di legno con delle coperte e tutto finiva lì».
Angusto e selvaggio.
«In montagna ci sono gli animali del bosco: ho convissuto anche con topi e serpenti. Però il corpo umano si adatta a tutto. L'importante è che la mente resti lucida, perché poi è quella che riesce a comandare il corpo. Se me l'avessero detto prima, “guarda che adesso ti teniamo in un rifugio, in alta montagna in mezzo ai topi per due anni", avrei detto: "No, impossibile"».
Piccoli lussi: le concedono un fornello a gas e qualche giornale da leggere. E lei inventa una routine di sopravvivenza.
«Dovevo fare in modo che il mio fisico rimanesse in esercizio, anche se lo spazio era molto limitato. Avevo iniziato a fare ginnastica, stretching, le flessioni, perché vedevo che pian piano le gambe si si stavano atrofizzando. Quindi mi alzavo la mattina, facevo prima la ginnastica, poi facevo colazione, poi leggevo qualcosa, poi mi facevo da mangiare, poi ancora un po' di ginnastica: cercavo di scadenzare la giornata per cercare di ingannare il tempo. Avevo trovato il modo di tenermi pulito, mi lavavo a pezzi. Avevo dei ricambi, delle mutande, mi facevo il bucato. Non avevo il dentifricio, ma mi lavavo i denti col sapone della cucina. Lo spirito di sopravvivenza ti fa trovare delle soluzioni che io mai avrei immaginato di poter trovare».
La lettura dei giornali porta sorprese. I carcerieri li censurano, per evitare che abbia notizie del suo sequestro, ma si fanno sfuggire il Bestiario di Giampaolo Pansa…
«Mi portavano le riviste a colori come Panorama e L’espresso perché credevano che fossero di costume e che non parlassero di fatti di cronaca. E così io leggo questo editoriale di Pansa che parlava di mia mamma Angelina, soprannominata “madre coraggio” (arrivata nella Locride per sensibilizzare la popolazione e chiedere aiuto per Cesare, ndr). È stata un’emozione. Mi sono detto: "Caspita, allora non mi hanno dimenticato, allora vuol dire che stanno facendo in modo che io torni a casa. La cosa mi ha rallegrato parecchio”».
I rapitori, però, reagiscono con nervosismo.
«Mia mamma scendendo in Calabria, parlando, indirizzando le proprie richieste dava fastidio non tanto a loro ma alle mogli, alle madri. Anche questi delinquenti avevano una moglie, avevano delle figlie, avevano delle fidanzate e probabilmente in famiglia se ne parlava, quindi ho notato il cambio di atteggiamento. È come se mia madre avesse aperto il tappo di una bottiglia e lì fosse uscito tutto quello che prima non poteva uscire».
Finché si arriva alla consegna concordata di un’altra tranche di riscatto, Natale 1989, e i Carabinieri nello scontro feriscono il latitante Giovanni Strangio, il quale dal letto di ospedale inizia a parlare. È la svolta.
«Un pomeriggio arrivano due di questi carcerieri e dicono: "Guarda, ti lasciamo libero, vai a casa". Io ci volevo credere, ma nell'inconscio avevo il timore che potesse essere la fine, che mi volessero uccidere. Mi slegano e io facevo molta fatica a camminare, anche se cercavo di tenermi in allenamento. Mi aiutano, scendiamo da questa montagna, camminiamo per ore. Mi lasciano sul greto di un torrente legato a un oleandro».
Lei esita un po’, poi si libera e cerca aiuto in strada. Due auto non si fermano, la terza accetta di portarla a un incrocio e le indica la via per Natile di Careri.
«Mi dirigo verso la prima casa illuminata, suono, mi aprono e si mettono piangere, mi fanno entrare, mi danno da bere, chiamano i Carabinieri, il sindaco, arriva quasi tutto il paese. È così che ho scoperto che la grossa maggioranza di quel territorio ha una grande umanità e purtroppo subisce le violenze di una piccola minoranza. Ancora adesso, quando incontro qualcuno che proviene da quelle zone, è come se si sentisse un po' colpevole, come se si volessero scusare a nome di tutti. Ho notato questa grossa differenza tra la parte la parte buona, sana, e la parte violenta e cattiva».
Cesare è libero, il 30 gennaio 1990, e torna il ragazzo che era.
«I momenti successivi alla liberazione sono stati unici, indimenticabili. Per qualche giorno non sono più riuscito a dormire. Ho riacquistato il giusto ritmo dopo qualche mese, forse anche un anno. Perché all'inizio avevo proprio la voglia di riprendermi quello che mi era stato tolto e quindi di fare tante cose tutte insieme. Non mi fermavo mai. Poi ho avuto un tracollo anche fisico, perché ero passato dallo stare in silenzio, da solo, in solitudine per due anni, a un’attenzione enorme. Quindi ho preferito poi ritirarmi da tutto il caos, il clamore e quanto ce n'è, e proseguire nella mia vita normale».

Alessandra Coppola Estratto Corriere

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In alcune località i cittadini sono scesi in strada e hanno iniziato a chiamare sia la Protezione civile regionale sia i vigili del fuoco ma soprattutto per avere informazioni. Allo stato, infatti, non son segnalati danni.

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