04/09/2023
“Sì, ho litigato con il Papa.
Ci ho litigato perché sono stato in Vaticano, e ho visto i tetti d'oro, e dopo ho sentito il Papa dire che la Chiesa si preoccupava dei bambini poveri…
allora venditi il tetto, amigo, fai qualcosa!”
Se vai a Napoli le strade parlano ancora di lui.
Se vai in Argentina e dici "ottantasei", ti rispondono: "Diego!".
Diego che è croce e delizia.
Diego che è Dio e diavolo.
Perché se nasci povero nell'Argentina degli anni '60 hai addosso la vita.
Hai addosso il bello e il brutto di essere un bambino senza niente.
Niente scarpe ma tanta fantasia. I piedi scalzi ma la testa piena: di sogni, turbamenti e idee folli.
Scalzo ma sempre in viaggio, con la speranza che qualcuno si accorga dei tuoi capelli arruffati, simbolo di genialità.
Una genialità espressa attraverso i piedi, con tantissimi tocchi al pallone: delicati e morbidi, sontuosi e strabilianti, belli.
Così belli da fare impazzire tutti.
Il povero che arricchisce: il portafoglio, la vista, il cuore.
Il povero che tifa per i deboli ma vive come un grande.
Grande come è la sua eterna contraddizione.
Il più forte e allo stesso tempo il più debole.
Una debolezza d'animo, quella che sarà la vera catastrofe.
Ma prima c'è tanto altro, troppo.
Troppo per ricordarsi solo delle cose meno belle.
C'è una guerra “vendicata” con una partita.
C'è un campione che atterra dove non atterrebebbe nessuno, dove i più forti non sono soliti ad andare.
Ma lui è il re della contraddizione e ci va'.
Ci va', vince e fa innamorare.
Fa innamorare così tanto che ancora oggi i muri, le strade e il vento parlano di lui.
Di quel miracolo calcistico fiorito tra la metà degli anni settanta e consacrato definitivamente un decennio dopo, in quegli anni colorati d'azzurro, dove tutto, ma proprio tutto, sembrava possibile.🖋
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