19/10/2026
Fratture verdi per respirare: Salerno e la necessità di incidere la città compatta
Salerno è cresciuta per addizioni successive, stretta tra il mare e le colline, e nel farlo ha consumato quasi per intero i suoi vuoti. Il risultato è una città compatta che raramente ha scelto di esserlo: una densità ereditata più che progettata, dove il costruito si è saldato al costruito lungo le direttrici di espansione, lasciando al verde un ruolo residuale, spesso confinato a interstizi, risulte di lotti o aiuole di arredo. Ciò che manca non è la quantità astratta di standard, che sulla carta si può dimostrare, ma la continuità e la funzione dei vuoti: spazi capaci di interrompere la massa edilizia, di far circolare l’aria e l’acqua, di offrire una misura alternativa al ritmo serrato delle facciate.
Parlare di fratture urbane di verde significa assumere il vuoto come operazione di progetto e non come scarto. In una città densa la frattura è un taglio deliberato nel tessuto, che fa respirare l’isolato, mette in relazione le quote e restituisce leggibilità alla struttura geografica. I valloni, i compluvi, le linee di displuvio che dalla collina scendono verso la costa sono già, potenzialmente, corridoi naturali, troppo spesso tombati, edificati o ridotti a retrobottega. Il tema è anche climatico e idraulico: le superfici impermeabili continue amplificano le isole di calore e scaricano nella rete piogge intense con tempi di corrivazione sempre più brevi, mentre una frattura verde correttamente dimensionata raffresca, infiltra, lamina e filtra, e riconnette la collina al waterfront.
Ma il verde non è solo infrastruttura: è paesaggio, e il paesaggio è un bene culturale che la Costituzione tutela all’articolo 9. È la lezione che da decenni ripetono associazioni come Italia Nostra e il FAI: la qualità di una città non si misura soltanto nei monumenti, ma nel rapporto tra i monumenti e il loro intorno, tra il costruito e la collina che lo incornicia. Salerno, che può leggersi dal Castello di Arechi come un anfiteatro aperto sul golfo, ha nel suo profilo collinare un patrimonio identitario non meno prezioso dei suoi palazzi. Ogni volta che quel fondale si salda al costruito, la città perde non solo permeabilità ma anche memoria e riconoscibilità. La stessa Italia Nostra, nell’area salernitana, ha più volte sollecitato i comuni a verificare la dotazione minima di verde pubblico e a dotarsi di regolamenti per la tutela delle alberature: richieste che tornano di piena attualità.
Realizzare le fratture in un tessuto consolidato richiede strumenti e realismo, e il PUC offre già dei presupposti. Il piano di impianto bohigasiano, approvato nel 2006, è stato rivisto dalla variante decennale del 2022 e dalla variante normativa vigente dall’aprile di quest’anno; tra i suoi elaborati figura una Carta della Rete Ecologica Comunale (tav. P5), che vale però come ricognizione più che come progetto. Il passo da compiere è renderla prescrittiva, trasformando le connessioni ecologiche da linee su una carta in tracciati vincolati. Il momento è favorevole: con le linee d’indirizzo per la variante strutturale, il Consiglio comunale ha dichiarato l’intento di arrestare il consumo di suolo e ha fermato i nuovi piani attuativi. Tra le aree interessate figurano la collina di Brignano, dove era previsto un edificio di quattordici piani nell’area dell’ex D’Agostino, e l’ex scalo della piccola velocità di via Dalmazia. A Brignano il vuoto può diventare cerniera tra collina e città; in via Dalmazia un grande sedime ferroviario dismesso può offrire il varco verde che il tessuto circostante non possiede. Altrove la frattura nasce lungo l’asta dell’Irno, dove il Parco urbano dell’Irno e il Mercatello indicano già una direzione, e lungo l’asse che unisce la Villa Comunale ai Giardini della Minerva e al Castello di Arechi, da leggere come un’unica spina verde dal mare alla collina.
C’è poi un metodo da prendere in prestito proprio dalle associazioni. Il FAI, con il censimento dei Luoghi del Cuore, ha mostrato quanto sia potente il riconoscimento civico dei luoghi; lo stesso potrebbe valere per i vuoti di Salerno. Un censimento condiviso, promosso dal Comune con la delegazione salernitana del FAI, Italia Nostra, l’Ordine degli Architetti e l’Università, potrebbe individuare gli spazi che i cittadini già considerano varchi, scorci, fondali da salvare, e trasferirli come invarianti nel piano. Una frattura verde riconosciuta da una comunità resiste più di una prescrizione isolata.
Resta una questione di cultura del progetto. Per decenni si è misurata la qualità urbana in metri cubi realizzati e in standard quantitativi soddisfatti; è tempo di misurarla anche in vuoti ben posti, in alberi che crescono, in suoli che respirano. Una città compatta non è per forza una città cementificata: la densità può convivere con la porosità, a patto di progettarla. Salerno ha ancora la possibilità di farlo, ma la finestra si restringe a ogni nuovo lotto saturato. Incidere il tessuto con fratture di verde non è un lusso paesaggistico: è la condizione perché la città resti abitabile, resiliente e, in fondo, riconoscibile a se stessa.
Arch. Marco Di Niola
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