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Le molteplici funzioni del letto per lo studente di architettura
24/10/2026

Le molteplici funzioni del letto per lo studente di architettura

Daytime is for recovery. Nighttime is for revisions. 😭📐

Via: kaarwan.india

Quando il colore è il punto di partenza: alla ricerca di materiali e finiture per desideri imprescindibili
17/10/2026

Quando il colore è il punto di partenza: alla ricerca di materiali e finiture per desideri imprescindibili

Architettura della sopravvivenza: Balma Boves, Cuneo
11/10/2026

Architettura della sopravvivenza: Balma Boves, Cuneo

In partenza in questi giorni a Firenze lo straordinario cantiere di restauro del campanile di Giotto. Non sarà solo l'oc...
02/10/2026

In partenza in questi giorni a Firenze lo straordinario cantiere di restauro del campanile di Giotto. Non sarà solo l'occasione per applicare le più avanzate tecniche di restauro, ma sicuramente anche di scoprire segreti costruttivi e decorativi celati da secoli

L'Opera di Santa Maria del Fiore ha dato ufficialmente il via ai lavori per il restauro di uno dei simboli di Firenze. Realizzato con tecnologie ingegneristiche avanzate, il cantiere sarà la base degli interventi conservativi previsti per i prossimi 5 anni
Leggi l'articolo: https://shorturl.at/WQKQv

Pavimenti straordinari: Mosé fa scaturire l'acqua dalla rupe di Horeb (particolare), Domenico Beccafumi, Cattedrale Sant...
26/09/2026

Pavimenti straordinari: Mosé fa scaturire l'acqua dalla rupe di Horeb (particolare), Domenico Beccafumi, Cattedrale Santa Maria Assunta, Siena, 1529 - 1531

Si è conclusa nei giorni scorsi un’estate che passerà alla storia del clima italiano come la più calda mai registrata da...
23/09/2026

Si è conclusa nei giorni scorsi un’estate che passerà alla storia del clima italiano come la più calda mai registrata dall’avvio delle rilevazioni sistematiche nel 1950. Un’estate che ha riportato il tema del “verde” al centro della discussione.

L'opinione pubblica sembra aver preso coscienza che la vegetazione attenua e rende più sopportabili gli eccessi climatici della stagione estiva e che la sua presenza nelle grandi e nelle piccole città non sia più solo auspicata, ma richiesta e, in alcuni casi, anche a gran voce. Mi riferisco, senza entrare nello specifico, anche ad alcuni interventi di riqualificazione urbana che, concepiti spesso nel quadro degli interventi PNRR, hanno puntato soprattutto sulla coerenza storico-architettonica. Una scelta che, alla luce delle condizioni climatiche che stiamo vivendo, mostra oggi i suoi limiti: l'impermeabilità e il surriscaldamento delle superfici pubbliche sono infatti diventati, obtorto collo, temi di quotidiana discussione.

Il “verde” rappresenta certamente una risposta al disagio bioclimatico conseguente all’emergenza climatica in corso, ma sarebbe semplicistico circoscrivere la sua presenza a un elemento di arredo funzionale, al quale bastino un po’ di terra delimitata da cordoli di cemento, della pioggia e un paio di sfalci all’anno.

Il mondo vegetale, in condizioni naturali, è il risultato di un equilibrio dinamico tra forze di varia natura, raggiunto attraverso un percorso caratterizzato da mutamenti continui e dal succedersi delle specie lungo archi temporali che si misurano in secoli e millenni. Mutamenti spesso impercettibili alla scala della vita umana e che ci restituiscono un ambiente naturale, “verde”, apparentemente immutabile e autonomo.

Nei centri urbani la presenza vegetale, per quanto possa evocare la naturalità, è una componente naturale inserita all’interno di un sistema profondamente antropizzato, è priva di autonomia e comporta pertanto costi per la sua realizzazione e per la sua cura nel tempo.

L’impegno economico che il “verde” implica per le comunità, insieme alle aspettative che sollecita, non può non portarci a considerare la presenza vegetale alla stregua di un’infrastruttura che, per fornire i servizi ecosistemici che ci aspettiamo (mitigazione del disagio bioclimatico, incremento della biodiversità, miglioramento del benessere psicofisico e sociale) deve essere progettata, mantenuta e sottoposta a periodica verifica funzionale.

In questo senso, la città di Medellín, in Colombia, rappresenta un’esperienza pionieristica virtuosa con il progetto dei corridoi verdi che, avviato nel 2016, ha portato in alcune zone della città a una riduzione della temperatura superficiale fino a dieci gradi, contribuendo a mitigare gli effetti dell’isola di calore urbana.

Alcune città, in America Latina come in Europa (e anche in Italia), si sono ispirate a questa esperienza ma, almeno in taluni casi, senza la stessa visione olistica, e qualche volta puntando soprattutto sui numeri grezzi (quante piantine sono state messe a dimora).

Peraltro, dietro la moria di massa di piante osservata in questa estate rovente, in alcune di queste esperienze sembra emergere ancora una visione del verde non sistemica: un elemento d'arredo urbano di stampo ottocentesco, non l'infrastruttura portante di un modello di rigenerazione climatica.

Un modello oggi urgente non solo per il benessere, ma per la stabilità economica e sociale delle comunità nelle quali viviamo

Parlare di sostenibilità significa anche superare una visione semplificata del rapporto tra città e natura. Gli alberi r...
27/06/2026

Parlare di sostenibilità significa anche superare una visione semplificata del rapporto tra città e natura. Gli alberi rappresentano una risorsa preziosa, ma da soli non sono sufficienti: è la qualità della progettazione, della gestione e della cura nel tempo a determinare il reale valore delle infrastrutture verdi.

In queste settimane, segnate da ondate di calore eccezionali che stanno interessando gran parte dell'Europa, il tema dell'adattamento delle città ai cambiamenti climatici appare più attuale che mai. È un principio che vale a tutte le scale, dalla pianificazione urbana fino al progetto dei singoli spazi aperti.

Per questo condivido con piacere questo post del professor Francesco Ferrini, che ricorda come l'Urban Forestry sia prima di tutto una strategia di lungo periodo, capace di coniugare sostenibilità ambientale, benessere delle persone e resilienza delle nostre città

PERCHÉ “URBAN FORESTRY” NON SIGNIFICA SOLO PIANTARE ALBERI
Man mano che le città continuano a espandersi e a modificare dimensioni e struttura, la ricerca scientifica e le politiche urbane riconoscono sempre più la necessità di proteggere, ripristinare e progettare gli ecosistemi urbani. Questa consapevolezza nasce dalle potenzialità, ancora in parte inesplorate, delle infrastrutture verdi nel rafforzare la resilienza ai cambiamenti climatici, migliorare il benessere dei cittadini e favorire la conservazione della biodiversità.
In questo contesto, l’Urban Forestry non può essere ridotta alla semplice messa a dimora di alberi. La letteratura più recente evidenzia come il successo delle foreste urbane dipenda soprattutto dalla loro pianificazione, gestione e conservazione nel lungo periodo. Piantare alberi rappresenta solo il primo passo di un processo molto più complesso che comprende la scelta delle specie più adatte alle condizioni future, la tutela del suolo, l’irrigazione nelle fasi di attecchimento, il monitoraggio della salute degli alberi, il mantenimento della diversità biologica e il coinvolgimento attivo delle comunità locali.
Le foreste urbane sono oggi considerate una componente essenziale delle infrastrutture verdi e delle strategie di adattamento climatico. Oltre a mitigare gli effetti delle isole di calore urbane, contribuiscono alla gestione delle acque meteoriche, al miglioramento della qualità dell’aria, alla riduzione dei rischi climatici e alla creazione di habitat per numerose specie animali e vegetali. Tuttavia, numerosi studi dimostrano che gli obiettivi di copertura arborea non possono essere raggiunti semplicemente aumentando il numero di alberi piantati: senza adeguata gestione, governance e pianificazione ecologica, molti impianti non riescono a garantire i benefici attesi.
L’Urban Forestry è, quindi, una disciplina trasversale che integra ecologia, pianificazione urbana, gestione del verde, salute pubblica e partecipazione sociale. Il suo obiettivo non è soltanto aumentare il numero di alberi presenti nelle città, ma creare ecosistemi urbani resilienti, multifunzionali e capaci di fornire servizi ecosistemici duraturi alle generazioni presenti e future. In altre parole, una città più verde non si costruisce semplicemente piantando alberi, ma prendendosene cura nel tempo e inserendoli all’interno di una visione strategica del territorio.

VALE ANCORA LA PENA RECUPERARE UN PALCHETTO D’EPOCA?Nel corso di una ristrutturazione, il pavimento esistente è spesso u...
21/06/2026

VALE ANCORA LA PENA RECUPERARE UN PALCHETTO D’EPOCA?

Nel corso di una ristrutturazione, il pavimento esistente è spesso uno dei primi elementi destinati alla sostituzione. Nel caso dei palchetti d’epoca, però, questa scelta viene talvolta compiuta senza una reale verifica delle condizioni del materiale e delle possibilità di recupero.

Le immagini del post mostrano il ripristino di un parquet in rovere posato circa un secolo fa in un appartamento torinese degli anni Venti. Si tratta di un parquet diverso dai contemporanei incollati al supporto: i listelli venivano fissati a secco su sottostrutture lignee, spesso impostate su magatelli o elementi rialzati. Una logica costruttiva che consentiva, e consente ancora oggi, interventi localizzati senza la necessità di sostituire l’intera pavimentazione.

Nel caso specifico, le porzioni mancanti o danneggiate sono state integrate con listelli provenienti da altri parquet d’epoca dismessi, selezionati per essenza, dimensioni e compatibilità con quelli originali. È un passaggio determinante per restituire continuità tecnica e formale al pavimento.

Nelle nostre latitudini, soprattutto nei parquet d’epoca posati a lisca di pesce o “all’italiana”, il rovere è l’essenza più diffusa. Non mancano però esempi più particolari: nella stessa abitazione è presente anche un pavimento in listoni di larice americano, a conferma di una varietà materica che spesso sfugge a una lettura superficiale di questi interni storici.

Attorno ai parquet storici persistono alcune riserve piuttosto diffuse. Una delle più comuni riguarda l’idea che il loro recupero conduca inevitabilmente a un risultato datato, legato all’immagine del parquet lucido e “da casa della nonna”. In realtà, il linguaggio contemporaneo ha ormai abbandonato da tempo le finiture che plastificano il legno, preferendo superfici a bassa brillantezza (spesso tra 2 e 5 gloss) capaci di valorizzare venature, matericità e profondità del materiale, in modo coerente con gli interni attuali.

Un secondo aspetto riguarda le parti non visibili: intercapedini, polveri, eventuali muffe o attacchi da insetti xilofagi. Anche questo è un tema che va affrontato con serietà, ma che può essere gestito attraverso verifiche puntuali, pulizia e sanificazione delle cavità, aspirazione delle polveri e trattamenti specifici a basso impatto prima del ripristino della superficie lignea.

Lo stesso vale per gli scricchiolii, spesso considerati un difetto inevitabile dei pavimenti storici. Se il supporto è strutturalmente sano, questi fenomeni possono essere sensibilmente ridotti con interventi mirati: fissaggi con viteria specifica, correzioni puntuali e, in alcuni casi, lubrificazione a secco dei giunti.

Anche il tema della manutenzione merita una riflessione. Le finiture contemporanee consentono una gestione molto diversa rispetto ai parquet lucidati di un tempo: i piccoli segni d’uso tendono a risultare meno evidenti e, nel caso dei trattamenti a olio, è spesso possibile eseguire riparazioni localizzate senza dover ritrattare l’intero pavimento.

Naturalmente ogni recupero conserva una quota di imprevedibilità e lascia quasi sempre qualche traccia del tempo. Ma è proprio in questo equilibrio tra conservazione e nuovo intervento che il parquet d’epoca mantiene la sua qualità: non come residuo del passato, ma come materiale sempre attuale, capace di contribuire al carattere dell’abitazione.

Oltre al valore estetico e materico, il recupero di un pavimento esistente può rappresentare anche una scelta razionale sotto altri profili: riduzione delle demolizioni, contenimento dei costi, minore consumo di nuove risorse ambientali e conservazione di un elemento che partecipa all’identità architettonica e al valore commerciale dell’immobile.

Prima di scegliere la sostituzione integrale, una valutazione tecnica accurata può quindi aprire scenari diversi da quelli immaginati inizialmente.

…

Domande Frequenti (FAQ)

Come capire se un parquet d’epoca si può recuperare?
Dipende da alcuni fattori: stato dei listelli, stabilità del supporto, presenza di umidità o attacchi xilofagi, spessore residuo del legno e possibilità di integrare le parti mancanti con elementi compatibili. Una valutazione tecnica iniziale consente quasi sempre di capire se il recupero è realistico e in quali condizioni.

Le intercapedini di un vecchio parquet possono creare problemi igienici?
Sì, soprattutto se il pavimento è rimasto per anni senza manutenzione o in presenza di umidità. Polveri, residui, muffe o tracce di insetti xilofagi vanno però distinti caso per caso: durante il recupero si può procedere con pulizia delle cavità, aspirazione delle polveri e trattamenti specifici prima del ripristino della superficie.

Gli scricchiolii si possono eliminare?
Non sempre in modo assoluto, perché dipendono dalle condizioni del parquet e della sottostruttura. Se però il supporto è sano, il rumore può spesso essere ridotto sensibilmente con fissaggi mirati e altri interventi localizzati, calibrati sul tipo di movimento presente.

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Indirizzo

Corso IV Novembre 96
Turin
10136

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