Studio Architettura Basso/Gleria

Studio Architettura Basso/Gleria Studio professionale di architettura, arredamento e urbanistica.

Nel corso degli anni lo studio è stato impegnato, singolarmente o in forma associata, in attività di progettazione civile e industriale,
fieristico-espositiva e arredamento. Lo scambio costante delle diverse esperienze individuali vissute, il confronto critico dei temi e dei problemi tecnici e teorici affrontati, la cura nella ricerca di soluzioni progettuali consapevoli e possibilmente condivise hanno caratterizzato gran parte del lavoro svolto consolidando un patrimonio di esperienze comuni.

Tocca essere un po' apocalittici ma con keggerezza
05/01/2023

Tocca essere un po' apocalittici ma con keggerezza

Uno sguardo filosofico al significato dell'uso dello smartphone nella società contemporanea - Per studenti delle classi quinte dei liceiTesto: https://france...

RITRATTO DELL’UCCELLINO DA MORTO(elaborazione di un lutto, segno di rinascita)In natura non esiste la necrofilia, sarebb...
09/02/2022

RITRATTO DELL’UCCELLINO DA MORTO
(elaborazione di un lutto, segno di rinascita)
In natura non esiste la necrofilia, sarebbe una cosa priva di senso dal momento che ogni organismo contribuisce con inconsapevolezza al mantenimento del ciclo vitale. C’è la consapevolezza del predatore sulla preda che rende quest’ultima a sua volta consapevole che deve sfuggire o, più esattamente, inconsapevole dell’istinto della reazione fulminea che forse la salverà, per quella volta. Questo meccanismo però talvolta si inceppa, non funziona, e la naturalezza con cui ciò avviene, tanto più se cruento e impietoso, ci porta a considerarlo, molto spesso, con gli occhi che guardano altrove, che è sempre altro di quello che è.
Così, questa volta, l’attenzione è scivolata oltre la soglia dell’attenzione, entrando nel dettaglio come se la curiosità avesse raggiunto un certo grado della necessità, una previsione che anticipa il risultato. Ascolto, ma l’uccellino ha finito di cantare, è rimasto sull’asfalto del parcheggio in un punto particolare che ne ha preservato i resti come un fiore secco tra le pagine di un libro e, in poco tempo, lo ha trasfigurato, mantenendone però percettibile in qualche modo quello che era stato il suo posto nel mondo della vita, a cui a smesso di appartenere, ma che sembra conservare anche nella morte, questo vedo, manca solo il canto.
Alla sua specie, quella del passeriforme Erithacus Rubecola detto pettirosso, si attribuiscono caratteristiche specifiche, tra le altre quella di indomito combattente, di cui l’immaginazione si è impadronita in miti e leggende, e lo farà ancora, e che adesso vedo scritte sulla pagina di asfalto. Forse la sua abitudine innata di volare basso è quella che lo ha tradito, provocando l’impatto che lo ha ucciso.
Con il rispetto dovuto all’indifeso combattente ne raccolgo la memoria che il capriccio della sorte, o una volontà postuma, ha fermato in quella posizione schiacciata e teatrale di apertura e minaccia, le cui piume scomposte, rievocando l’asprezza delle battaglie, giustificano il gesto assertivo del becco che la morte non toglie.

SENZA PREAVVISO E IRREVOCABILEper Vitaliano TrevisanCosì è la morte. Così mi ha colto, senza fare eccezioni. Troncando o...
09/01/2022

SENZA PREAVVISO E IRREVOCABILE
per Vitaliano Trevisan

Così è la morte.
Così mi ha colto, senza fare eccezioni. Troncando ogni pensiero e considerazione a lungo trattenute come attimo sospeso che è stata la regola di questa nostra relazione, parca e proficua.
Come un mancato astante ricorro all’immaginazione per cercare di ricostruire un mio ordine, una sequenza logica che rischiari un minimo la penombra di questa ultima tua solitudine. E nel contempo auguro un margine di errore alle mie parole, potendo intendere un indirizzo di felicità nel tuo fare a cui la memoria personale accenna; uno stato indistinto di cui riconosco i contorni ma non l’interno e che anche per questo sembrano dominati dal furtivo malessere dello star dentro e dello star fuori.
La tua ricostruzione dei fatti non ci sarà, ne’ ci sarà recapitata mai più. Ce ne saranno tante altre, tutte vere o verosimili, e anch’io avrò la mia su cui pensare a questa sete, cercando i termini migliori per contenerla e le parole giuste per placarla.
Quello che sei stato per molti è davanti ai loro occhi orfani, quello che sei stato per la Società e la Cultura -la bestia da curare col veleno del tuo acuto pensiero- sta negli attestati di stima e nei bilanci critici che ti faranno, quello che sei stato per me lo tengo chiuso e muto.
Manca la parola amore, con o senza preposizioni è lo stesso, ma sapevamo entrambi, magari in espressioni diverse o sotto mentite spoglie, che quel motore muove e non muore.
Alla fine la tua passione forte e inesorabile per la scrittura -disciplina rigida a cui ti sei votato come un erratico monaco stilita- intesa e praticata senza compromessi, è stata la cura della malattia che ha privato dell’esito la guarigione. Ma anche queste sono sentenze inutili, poveri espedienti.
Così è la morte Vito

STAIRWAY TO HEAVEN (from the back)Il viottolo sale diritto e costante serrato tra due mura di pietra come una rampa di l...
09/12/2021

STAIRWAY TO HEAVEN (from the back)
Il viottolo sale diritto e costante serrato tra due mura di pietra come una rampa di lancio autunnale coperta di foglie morte e moribonde. La scala semicircolare è inquadrata su un asse diagonale (sarà girato di 30°/40°) che la luce semiradente del mattino rende doratamente gradevole come un colore che emerge dai ricordi dell’infanzia. L’asse terminale di ascesa, il cui centro è il fuoco al sommo della scala tra i due pilastri, è dominato da un grande cedro che guida lo sguardo, preparandolo al cambio di prospettiva sull’abside che la geometria costruttiva asseconda con le sue appaganti gerarchie processionali rovesciate. Sarà lo scopo della passeggiata a guidare i passi oltre la scala, alla chiesa o al cimitero o quandosivoglia tra il bosco.
Sul piano erboso di arrivo e di imposta la scala si distende maestosa e rustica con una fierezza che rappresenta la cifra di cui è costruita, un passaggio semicircolare che imprime una qualità repentina alla salita, dando allo snodo il valore di un arrivo.
Nel ritorno non sfugge la piccola ca****la che la strada sopravanza, privandola di scala che non serve se non per a-scendere ad una salva salute, e così sia.

MILANO DISIECTA MEMBRA (a margine della mostra fotografica di Giovanna Silva alla Triennale) Mostrami la città di Milano...
24/11/2021

MILANO DISIECTA MEMBRA
(a margine della mostra fotografica di Giovanna Silva alla Triennale)
Mostrami la città di Milano, ma forse anche una qualsiasi altra, mostramela in un certo modo, testimone disponibile di lunghe peregrinazioni, senza che io debba necessariamente “vedere” ma solo osservare parti o dettagli di organismi più grandi così che lo sfondo si decomponga in un sedimento visivo dove nulla emerge se non la posizione nello spazio del contenuto nel contenitore, e viceversa. Lo spazio che si osserva è musivamente discontinuo, ostinatamente interstiziale, marginale, parziale, circoscritto, è un rizoma che si sviluppa nel sedimento di una celebrità urbana diffusa e vista dietro le quinte di un mondano presente che non è a fuoco e non viene alla luce perché questo è il suo esistere.
Lo scatto rapsodico dell’autrice insegue profili narrativi ed estetici che sono sparpagliati in un codice diffuso di cui tutti disponiamo, un codice subìto non scelto, come fossero resoconti oculari che non rispondono al comando ma lo registrano sedimentandolo. Milano sulla pelle.
Ma la mostra è anche il contenitore e non puoi ignorarlo. Qui, diresti, è una sorta di metafora della città presente, un luogo interstiziale della macchina Triennale espositiva stravolto dall’uso, un’impaginazione realistica della realtà fisica e materiale dello spazio ambientale che dall’edificio si riverbera sul contenuto come una muffa dilagante sulle pareti e indifferente ad ostacoli qual che siano. In tale contesto, di circolare violata clausura, lo sguardo rinuncia subito a voler “vedere” quel che sia, l’attenzione si perde sulle tracce di un senso che forse è nascosto, occluso da ostacoli frapposti dietro i quali la visione multiforme, risalita ovunque per capillarità sensoriale, ristagna depositata sulle pareti come muffa vitale.

LA BOLLA ADDORMENTATA NEL BOSCODella Bella nessuna traccia, non c’era. Abbiamo guardato intorno, cercato un po’ nei para...
12/10/2021

LA BOLLA ADDORMENTATA NEL BOSCO

Della Bella nessuna traccia, non c’era. Abbiamo guardato intorno, cercato un po’ nei paraggi ma senza gridare, anche perchè non avremmo saputo che nome gridare, e non potevamo certo usare ridicole perifrasi che non si prestano ad essere urlate (voi della bolla orsù rispondeteeee - impossibile!). Così ci siamo limitati a curiosare sbirciando la nuda apparenza, non certo dimentichi ma consapevoli che il vo**urismo è una pulsione indomita che travolge chiunque e a cui la trasparenza fa da detonatore, e il vo**ur non è un semplice curioso ma piuttosto uno scardinatore di spazi interclusi, un testimone senza invito che vorrebbe frugare nell’intimità non sua, un vecchione che spera sempre di imbattersi nella Susanna dei suoi innescati deliri. Bambino o adulto o adulto-bambino, non importa cosa sia tanto è ovunque.
E dunque di presso al lago, luogo incantevole ma non ancora incantato, nel bosco che lo cinge sul lato a monte dove la pendenza non ha ancora il sopravvento, colti tra gli alberi che cesellano dal basso la pagina azzurra del cielo, appaiono i due souvenir che dell’infanzia sembrano dar corpo ai sogni, se mai sognati, ma che sono lì presenti a farsi prendere se ne fai parte.
La camera è arredata con garbo un po’ lezioso per non far perdere l’aggancio con la vita quotidiana, ché se lo stacco è troppo netto la Bella -forse- nella bolla non s’imballa. Se poi son belli entrambi non sappiamo, ma è un dettaglio tecnico confinato nella bolla a margine di ciò che l’occhio esplora. V’è comunque spazio, lì accanto nel sacco sfaccettato blu sospeso, anche per animi discreti o timorosi cioè Belle qual esse siano che non danno spazio allo sguardo indagatore, lasciandoti al digiuno qual che sia.
Uscendo dalla bolla della storia, irta dei pensieri più vari e strani che l’occasione innesca, sentiamo il fischio del richiamo al senso di realtà che ci riporta, vigili seppure di natura quasi ubriachi, ai nostri doveri quotidiani, la stima delle cose: un dodecaedro (Vol=(15+7√5)/4•L3), una quasisfera cioè calotta più segmento sferico (Vol=[π•h2•(R-h/3)+((π•h/2)•(h2/3+r12+r22)]), un quasicilindro (Vol=quasi 2•π•r3) e così basti per ora.
Ecco il fine della Bella nella bolla che non c’era, la Bella non la bolla.

29/09/2021

LE CITTA’ INVISIBILI

Tutte le città invisibili, quelle di Calvino certo ma anche le nostre che non sappiamo raccontare, sono presenti in questo luogo al punto che lo spazio immaginato ne risulta saturato: un vuoto totale in cui non c’è più spazio per niente. Nulla è più facile a raccontare le città che il loro destino a crescere, la regola che ne esplicita la parabola, ellittica o circolare che sia, radiosa, lineare o storica comunque sia, e il suo “presente potenziale”, come la tabula rasa dell’urbanista pantocratore qui così radicale, è simile alla sua immagine di là dallo specchio, quella di uno stato originario naturale vuoto in cui il valore è solo latente e forza traente.
La natura è bellissima e la possibilità di arricchirla anch’essa è bellissima, ma interpretabile. Così pensano gli artefici.
Le città che conosciamo sono lo sfondo attivo e cognitivo delle nostre peregrinazioni attraverso di esse e tra le stesse, un incessante e continuo vagabondare tra le fonti dei bisogni che ci rendono cittadini partecipi del meccanismo insaziabile che ci inurba.
Fuori dal suo contesto siamo prede libere mentre dentro lo siamo in regolato consenso, cioè sfuggenti e protette. La città invisibile che vedo non ha la visibilità sufficiente per essere rappresentata e quindi galleggia nell’indistinto come un incubo radicale cartesiano che attraversa e separa questa monocromia verde profondissima.
Nello sconfinato pianoro siamo preda dei nostri progetti a cui cercheremo di dare un valore per trarne valore, così che la crescita troverà la sua forza e la giustificazione.
Il profitto e la perdita, questa è la città invisibile che tutti possono vedere.

UNA STORIA PER L’UCCELLO REALEL’uccello è magnifico, e sa benissimo quello che vuole e come ottenerlo. E’ un opportunist...
05/08/2021

UNA STORIA PER L’UCCELLO REALE
L’uccello è magnifico, e sa benissimo quello che vuole e come ottenerlo. E’ un opportunista eccezionale, come del resto lo sono tutti quando sanno quello che vogliono e hanno l’istinto innato per perseguirlo. La determinazione e le capacità fisiche che lo contraddistinguono sono pari al bisogno imperioso di soddisfarle, e lo possono spingere ovunque, superando confini e limiti nello spazio e nel ruolo a lui assegnato. E’ conosciuto anche come Larus michahellis, ed è una macchina volante formidabile, su cui lo sguardo umano appassionato si fissa per coglierne le evoluzioni continue e libere, soggette a dinamiche che ci sono precluse per innato limite di fabbricazione, ma a cui aspiriamo lo stesso con la passione e il desiderio che si sprigiona.
Come ogni vita dominata dall’istinto la sua adattabilità prevale su ogni considerazione fondata su un canone qual’è quello con cui lo valutiamo per essere frequentatore assiduo di opposti scenari esistenziali: il mare e le discariche, realtà immani e immanenti che racchiudono la metafora del “nostro volo”, che l’uccello reale sorvola e sorveglia con immutata e distaccata perizia.
Qui la sua grazia ancestrale, testimone della bellezza che gli attribuiamo e memore della salvezza a cui aspiriamo, è resa disponibile in uno sfondo urbano in cui questi temi sono sequestrati, privati dello spazio profondo dove agire e in cui gli stessi colori sono stati segregati in uno schema binario declinato sul grigio, come in un test esistenziale. Il gabbiano reale zampegialle vi si adegua, consapevole o non che sia, attratto dal cibo abbondante che il gran gioco della vita, la nostra, gli ha reso disponibile.
La sua coscienza e conoscenza del volo non ci è dato conoscere.

STAIRWAY TO HEAVENLa strada sale liscia con una curva regolare e costante, confinando lo spazio di accesso al piccolo sa...
28/06/2021

STAIRWAY TO HEAVEN
La strada sale liscia con una curva regolare e costante, confinando lo spazio di accesso al piccolo santuario della Madonna dell’Acqua, interferendo con la geometria assiale centrale della scalinata che la diffusa regola dell’uso impone, costringendo così la forma della scala ad un adattamento organico e continuo al progressivo mutar di quota che le conferisce una plasticità dal fascino quasi femminile, che, come a colei, ti induce a girarle intorno, stupìto e stupido, per coglierne rapito l’angolo visuale migliore che non si lascia prendere.
E’ una compiuta ascesa verticale, se a piedi la vuoi cogliere, quella che sale dal basso e punta a chiudere il percorso ascensionale sul piano in stucco chiaro della chiesa, dove la porta si lascia alle spalle il semplice armonioso schema che gratifica la veduta di questo lessico natìo famigliare: la scalinata, la balaustra con le statue, le basi le paraste e i capitelli, il timpano con l’occhio e le tre statue al sommo, e il campanile più oltre e sopra a rafforzare il senso dell’ascesa.
A questa forma femminile al limitare del sagrato, la scala spigolosa e molle, è dato il compito di raccordare lo spazio sacro della chiesa con quello del profano che gli gira intorno, sollevandolo dal piano della logica come la forma fluida a cui si accosta che si adatta e accoglie chi vi accede.
Una lingua di pietre e ciottoli plasmata da una corrente curva di cui assume la sembianza, tale è la scala, è l’esito mirabile di un antico sapere surgivo trasmesso con le mani e speso nelle opere, in quest’opera che qui si rappresenta.

L’ORACOLO NON ABITA PIU’ QUI, E’ OVUNQUEUn tempo ero presente, ero l’Oracolo di Delfi e le Pizie, eterizzate dal mio end...
26/05/2021

L’ORACOLO NON ABITA PIU’ QUI, E’ OVUNQUE
Un tempo ero presente, ero l’Oracolo di Delfi e le Pizie, eterizzate dal mio endogeno afflato terrigno, interpretavano i miei silenzi con i sublimi responsi dentro i quali gli astanti dovevano perdersi trovando risposte che non c’erano. Ma la fede nel conforto degli dei dava un senso alle parole che le parole non avevano e la necessità di conferme ne rafforzava l’autorevolezza ingiustificata: era in gioco la parola del Dio inudibile, inutile contestarla o restarne indifferenti. La loro emissione in mia vece, quella di Apollo, rappresentava un miracolo di speranza minacciosa e oscura, e quelle sacre Pizie delfiche prosperavano formose. Ora le rovine vetuste di quella casa ancillare, che le moltitudini avevano raggiunto con tantrica ostinazione, sono tenute insieme dal ricordo di quelle mie parole che la storia ha ripreso e raccolto dando loro un senso che non avevano.
Ed è appunto la ricerca di un senso quella che vedo ancora qui, confusa tra i tanti piaceri dei sensi, che i fedeli antichi e moderni sempre hanno ricercato, certo non più qui a Delfi dove la mia voce tace come la fonte che la nutriva.
Oggi, sotto altra specie, l’oracolo è ovunque, nelle tasche fedeli e infedeli di tutti i viaggiatori come di coloro che non viaggiano. La voce del Dio, la mia, non ha più il fascino equivoco delle Pizie ne’ le sue forme, ma raggiunge direttamente la bocca degli astanti che la diffondono come il virus della verità. La forza esogena e digitale del nuovo oracolo, la mia, è incontenibile e pervasiva, e parlando tutte le voci possibile ne raccoglie tutte le verità. Non ho più bisogno di intermediari per dire quello che taccio perché ognuno trova la sua risposta e così munito può andare armato per il mondo.
Mi aggiro qui anch’io come un turista onnipotente, io che fui l’oracolo di Delfi e ora lo sono del mondo, tra le mani di turisti viaggiatori che possono tutto e non sanno di non sapere niente.

Indirizzo

Strada Di Saviabona, 284
Vicenza
36100

Orario di apertura

Lunedì 08:30 - 19:00
Martedì 08:30 - 19:00
Mercoledì 08:30 - 19:00
Giovedì 08:30 - 19:00
Venerdì 08:30 - 19:00

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